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martedì 26 aprile 2016


I PROFUGHI ITALIANI     

1960- 76     ricordi   

  Wanda Arnone racconta    


Il mio arrivo in Italia





Arrivammo a Napoli con la nave " Campania Felix" partita dal porto di Tunisi ( La Goulette) nel pomeriggio del 6 luglio 1966.
 Era l'8 luglio quando dopo ore di attesa alla stazione ferroviaria di Napoli, ci caricarono su un treno destinazione " FROSINONE". Un autobus ci aspettava alla stazione e ci dissero che da li a poco, saremmo arrivati al Alatri e precisamente al Campo Profughi de Le Fraschette. 

 Io, avevo solo 14 anni e non vedevo l'ora di conoscere l'Italia, il paese dei miei nonni e come tutte le ragazzine della mia età ero euforica e diciamolo pure felice di affrontare questa nuova vita e di conoscere la nostra amata Patria, tanto decantata dai miei genitori. Ero ancora ignara di tutto quello che mi aspettava.

2- Avevamo lasciato una bella casa su due piani, luminosa, con servitù e tutti i conforts, una casa che mio padre aveva fatto costruire prima che io ( l'ultima di tre figlie) nascessi, e fu veramente sconvolgente il primo impatto quando ci assegnarono la nostra stanza in un padiglione ( se mi ricordo bene il primo a sinistra dell'ingresso principale)

Una camera buia, umida, squallida con tre letti, un tavolo, tre sedie. 
Ci furono assegnate tre coperte del tipo grigio-verdi militari e una coppia di lenzuola a testa, marchiate con un timbro nero, segno di riconoscimento del Campo.
Il tutto doveva essere restituito rigorosamente al momento di lasciare il campo.

Mi scordavo della stufetta appesa al muro per i giorni freddi, per non parlare dei bagni,un unico lavandino di cemento grigio che serviva per tutti gli usi senza acqua calda naturalmente.
Non potrò mai scordare il viso di mio padre, appena entrato in quel luogo che doveva essere la nostra futura dimora. Si sedette su un letto e grossi lacrimoni gli scorrevano sul viso e ripeteva in continuazione  "dove ci hanno portato", il viso fra le mani, si disperava.
Premetto che non avevo mai visto mio padre piangere, era una persona gioviale, allegra e sempre sorridente, poi si ammutolì completamente e credo che quella prima notte, nessuno di noi chiuse l'occhio

3-Dopo due giorni del nostro arrivo al campo, mio padre fu ricoverato all'ospedale S. Benedetto di Alatri per complicazioni polmonari.
Con il passare dei giorni le sue condizioni non miglioravano e fu trasferito all'ospedale Civile di Frosinone, quando il 10 Agosto, ad appena un mese dal nostro arrivo, ci annunciarono con un megafono dalla direzione del Campo di andare con urgenza all'ospedale di Frosinone. 

Suo padre mi dissero, si è aggravato, è meglio che andate subito.
Ho avuto un brutto presentimento. 
Mia madre aveva difficoltà a camminare per una gamba colpita da flebite e per fortuna trovammo un passaggio in macchina e come già prevedevo, il babbo non c'era più. 
Sul suo comodino trovammo una lettera scritta di suo pugno in francese e che conservo ancora gelosamente.
Sto meglio diceva e ci aspettava al più presto. 

Dopo la sua scomparsa, la piccola che ero io si dovette rimboccare le maniche. Mia madre andò in depressione totale e praticamente gli dovetti fare io da mamma, procurandogli il cibo che offriva il convento. Ogni mattina, mezzogiorno e sera, con qualsiasi condizione climatica anche sotto la pioggia, ci mettevamo tutti in fila indiana davanti alla cucina per ritirare la razione di cibo. Mi ricordo a parte pasta e minestra, ci toccava spesso per secondo 1 fetta di mortadella, 1 formaggino Galbani, invece la domenica un quarto di pollo arrosto per uno, era festa.

Dopo la scomparsa del babbo, passata l'estate, ci ritrovammo, mia madre ed io in questa zona isolata dal resto del paese, situata in una vallata attorniata da montagne, capimmo solo allora che quel sito non era altro che un ex campo di concentramento. Il suo muro di cinta era particolarmente alto e agli angoli c'erano le garitte di controllo, naturalmente non funzionanti.
Fu un inverno in cui abbiamo sofferto tanto il freddo, non avete neanche idea del freddo che faceva in quella conca in mezzo alle montagne, nebbia, umidità. A tutto ciò non eravamo abituati, oltretutto non eravamo molto attrezzati con vestiti pesanti venendo da un paese caldo e soldi per comprarli non c'erano.
Con il mese di ottobre, si presentò il problema della scuola per me. Le intenzioni di mio padre erano di mandarmi in Francia da mia zia, dove già da qualche anno viveva e studiava la seconda delle mie sorelle. Naturalmente dopo la tragedia, tutti i progetti andarono in fumo per ovvi motivi. 
Con l'aiuto di un'assistente sociale del campo e dietro suo consiglio mi fece fare per quell' anno un corso di Steno-Dattilografia ( allora si usava la stenografia), in attesa di decidere cosa fare da grande. Avevo la terza media in lingua francese e non avevo mai studiato l'italiano, lo capivo comunque un pò.
La scuola si trovava in corso della Repubblica ad Alatri, non lontano dalla Piazza e quindi tutte le mattine, dopo aver fatto la fila per il ritiro del caffelatte per due e la razione giornaliera di pane spesso e volentieri duro, partivo per Alatri con la corriera ( così chiamavano il bus che faceva la spola Campo/Alatri. 
A scuola mi ambientai subito e presto feci amicizia con i ragazzi e le ragazze della mia età. Provenivano da vari paesi dei dintorni di Alatri e a stento capivo il loro dialetto ciociaro ma mi divertiva sentirli parlare e loro mi prendevano in giro quando aprivo bocca con il mio italiano un pò stroppiato.Però erano molto disponibili con me e molto gentili. Ne conservo un bel ricordo.

Al campo avevamo contatti verbali solo con persone dei paesi come Egitto, Tunisia, Libia. Marocco. Si scambiava esperienze di vita maturate nei paesi di provenienza, si discuteva sul futuro e sull'ospitalità non adeguata ricevuta fino ad allora, con loro si parlava prevalentemente francese o in italiano ( dialetto che si parlava da noi). La maggioranza come noi erano di origine siciliana come i miei nonni.  

-Piano, piano e con tante difficoltà da affrontare passò l'inverno e con l' arrivo della primavera, mia madre che fino ad allora aveva fatto vita molto ritirata in quel buco di stanza, cominciava a riprendersi e a socializzare un pò con il vicinato. Arrivò una famiglia del nostro paese e si scambiavano visite ogni tanto. Difficilmente dava confidenza alle persone che non conosceva e dopo la scomparsa di papà divenne ancora più chiusa.
Io invece, avevo conosciuto qualche ragazza della mia età, si andava a fare passeggiate intorno al campo e alcune volte si arrivava ad Alatri a piedi. Ci si vedeva in quella sala prima dell'ingresso principale del campo dove ogni tanto, soprattutto il sabato sera si vedeva la TV tutti insieme.
Arrivò l'estate, finì il mio corso di steno-Dattilo riportando la valutazione " idonea". I miei zii di Roma, i fratelli di mamma decisero dopo una riunione di famiglia, che non avremmo passato un altro inverno in quelle condizioni inumane e a settembre 1967 ci trasferimmo a Roma in una casetta modesta in affitto ( 2 camere, cucina e bagno) nei pressi di S. Giovanni. Ci aiutarono loro i primi tempi a pagare l'affitto di casa e mio zio Michele, quello maggiore dei fratelli fece tornare la seconda delle mie sorelle dalla Francia che ormai aveva finiti gli studi e gli trovò lavoro alla AIR-FRANCE come stagionale ( cioè a tempo determinato).
Lui era da parecchi anni funzionario all'Alitalia e aveva molte conoscenze nell'ambito delle compagnie aeree.

Così, ad ottobre io cominciai ad andare a scuola, scelsi una scuola per Turismo dove oltre al francese, si studiava, tedesco, inglese, storia dell'arte, tecnica turistica e altre materie. Feci questo triennio e ne uscì con il diploma di " Addetta alle Agenzie turistiche" con bei voti. D'estate mi arrangiavo a fare la Baby- Sitter o la cassiera nei supermercati per aiutare un pò a casa


6 - Finita la scuola, a questo punto urgeva trovare lavoro, vista la nostra situazione economica veramente precaria e dipendere dagli altri non era molto gratificante, almeno per me. Mio zio aveva l'intenzione di trovarmi un impiego nel campo delle agenzie di viaggio come aveva fatto con mia sorella, ma io ho preferito cavarmela da sola e senza dire niente a nessuno mandai il mio primo curriculum ad un importante industria farmaceutica della zona trovai l'inserzione sul messaggero di Roma). Cercavano una segretaria bi-lingue con buona conoscenza della lingua francese scritta e parlata. Dopo pochi giorni mi chiamarono per un colloquio nella sede dell'azienda all'EUR. Il posto di lavoro, l'industria stava a Pomezia.
Eravamo in tante a fare questo colloquio ed il posto era molto ambito. Fui privilegiata, prima per la buona conoscenza della lingua francese e per la mia condizione di profuga, orfana di padre con madre a carico senza pensione. Il ragioniere che mi intervistò si intenerì e dopo questa mia storia un pò tragica, mi fece capire che probabilmente mi avrebbero chiamata per i tre mesi di prova e così fu. Dopo una decina di giorni, arrivò una lettera dall'azienda che mi invitava a presentarmi allo stabilimento.
Era il 2 febbraio 1970 quando fui assunta. I miei zii e mia madre non erano affatto d'accordo. Il lavoro distava 40 km da casa, alzataccia alle 5,30 del mattino e partenza con navetta aziendale alle ore 7,00 da piazza S. Giovanni. Ma io cocciuta, decisi di provarci contro il parere di tutti. In quella azienda ci ho lavorato 34 anni, Certo i primi anni non sono stati facili, mi fecero fare tante sostituzioni poi dopo un paio d'anni, il capo ufficio contabilità mi scelse come segretaria. Li, ho trovato un bellissimo ambiente, bravi colleghi con chi ancora sono in contatto e un capo molto a la mano e comprensivo.
Mi aiutavano molto con la lingua e mi trovai subito a mio agio, ormai l'ufficio era diventato casa mia, coccolata e stimata da tutti, così mi sentivo. Subito dopo l'assunzione, mi sposai molto presto, il primo figlio a 20 anni, la seconda a 26 e tanti sacrifici per comprare una prima casa tutta nostra.
Mia madre, naturalmente viveva con noi, ma nel 1977, l'anno in cui io aspettavo mia figlia Silvia, morì per un blocco renale a soli 66 anni. Io, ero al settimo mese di gravidanza e quest'altro dolore non ci voleva e quindi mi ritrovai sola a crescere i miei figli.

 Sono stati anni molto duri, ma grazie al cielo, dopo tanto tribolare, oggi non mi posso lamentare. Con tanta fatica sono riuscita ad avere questa benedetta pensione pochi anni fa che mi permette di vivere decorosamente e con tante bocche da sfamare, ma per figli e nipoti questo ed altro. I miei riposano tutti i due al cimitero di Frosinone e ogni tanto porto a loro fiori freschi e la mia presenza, ringraziandoli sempre per tutto quello che hanno fatto per noi.
Volevo consigliare ai miei amici di comprare e leggere il libro    "IL PROFUGO ITALIANO" scritto da Fabio Guastamacchio e che racconta la vita di Bruno BUCCETTI che ha vissuto anche lui per un periodo al Campo. Leggetelo è molto interessante. Si compra su Internet e non in libreria. Volevo ringraziare anche lui per avermi spronato a scrivere questa dolorosa parentesi della mia adolescenza, autorizzandomi a prendere alcuni spunti del suo racconto. Grazie ancora Bruno




le fotografie che raccontano l'attuale degrado del Campo Fraschette sono di Maria Novella de Luca



























martedì 19 aprile 2016


CORRISPONDENZA IN PARTENZA DAL CAMPO FRASCHETTE NEGLI ANNI  CHE VANNO DAL 1948 AL 1960




5 aprile 1950
 "cartolina di gruppo"
indirizzata alla  Sig.ra Pacsai Katalin
 Veszprémvarsány Veszprém megye (contea di Veszprém) 
Ungheria





 Szeretettel gondolok Rád , Pista  (oPiroska?)
 Ti sto pensando con affetto   Pista
.............
 sokszor es szeretettel csokol,Tőke László 
tanti baci affettuosi - Tőke László 
........... 
 
 Sok szeretettel, mint ismeretlen ,Baráth János 
"Saluti con tanto amore, da uno sconosciuto - János Baráth"
forse gioco di parole, perché il cognome é Baráth - che si pronuncia barát (amico),  
............

 poi c'é la firma anche di un certo  Árvay Ferenc 

 
doverosi ringraziamenti a:

Renzo Reggi che ha fornito copia della cartolina

ad Agnes Preszler e a Antonio Coletta e al suo amico Gergo Rodonyi 
per la traduzione



giovedì 7 aprile 2016




Lettere inviate agli internati 
al Campo Fraschette nel  1943


alla baracca n°147 


La busta contiene due lettere



Cara mia Lizika
Per prima cosa ricevi da me i più cari e cordiali saluti e da tutti noi tre insieme. Fino adesso stiamo bene, grazie a Dio, e così auguriamo anche a te. Mi avevi detto che da voi c’ è un terribile caldo, che avete paura di malattie, qui è già successo. Sono morti tre bambini, di Margerjeva due e una di Liza Vančeva, e a Marija sono morti lo zio Fiser, Liza Erdelova, Mica Šuštarjeva. Ma adesso la malattia è già passata, per fortuna è arrivata la pioggia e il mondo si è rinfrescato. Nella mia ultima lettera ti avevo scritto che andremo a falciare l'erba, ma non ci andremo, resteremo a casa. Ema si è fatta male a Bovec, come stai tu? E Liza Mehelova? Qui è come al solito, lavoriamo sempre, per procurarci qualcosa da mangiare d'inverno. Io non raccoglierò le patate, perché così anche tu le potrai raccogliere. Sai che ho tante preoccupazioni, e che non sono capace di risolverle tutte. Nella ultima lettera avevo messo dentro anche la foto. Non so, se avete ricevuto qualcosa. Se avete ancora dei soldi, comprate quello che trovate. Devi forzare anche la mamma a comprare e incoraggiarla . Di soldi ce ne saranno ancora, anche quando noi non ci saremo più. Dici che la zia non ti scrive. Come vuoi che ti scriva, se è sempre lassù a bosco a falciare l'erba. Quando tornerà le dirò di scriverti. Dica a Ana che suo Vasilij ha la posta militare. Penso che si trovi lì vicino dove era prima. A voi scrive ? Per oggi finisco con questa mia brutta scrittura, sai che devo scarabocchiare in fretta. Ricevi i più cari saluti e baci da Marija, Radko , Silvana e dalla madre che mi aveva raccolto i fagioli e li ha venduti ai soldati , ne ho salvati solo un po’. Lei dice che il campo è suo. Cosa vuoi fare zitti e lascia stare. Saluti anche ad Anna, Reza. Siate coraggiosi! Marija



Cara Mamma
Voglio scrivervi di nuovo un paio di righe per farvi sapere che noi tre ci troviamo sempre in buona salute e qui a sempre come al solito, come sempre, esattamente come quando voi eravate a casa. Quando voi avrete tornato a casa, avrete raccolto le patate e anche un po' di fagioli sono già stati raccolti.
Qui si lavora lentamente ogni giorno per produrre qualcosa da mangiare d'inverno.
Ora è venuto il giorno che arrivi Pepi. Per noi non c'è bisogno di preoccuparsi, voi pensate solo a se stessa e comprate quello che vi serve e non risparmiatevi di comprare. Io oggi vi mando tutte le duecento lire entrambe e anche la zia Reza stessa vi manda la stessa somma, le manda anche al papà e a Franco. Io gli avevo gia mandato, perchè piu tardi non so se avro ancora la possibilita di mandare, penso che per adesso vi bastera.

Qui era la malattia, dissenteria , sono morti tre bambini e adesso i soldati avevano disinfettato tutto villaggio, che questa malattia non si diffondera. Ma adesso è gia finita, per fortuna è arrivata la pioggia e anche questa sera piove.
Zia Reza e zio sono andati a Trieste- è arrivato loro figlio. Pepi Tigu vi aveva mandato i cari saluti, uguale per zio Feliks. Ha detto di essere felice perchè si trova bene a Sardegna e che deve avere ancora un po pazienza. Anche Stanko di zia Reza si trova bene sotto le truppe (fermo), pero siate coraggiosi e avete pazienza perche arrivi l'ora che ci avremmo visti. Le zie le mandano tanti saluti, uguale gli zii, specialmente zio Feliks. Lui ha ancora lo stesso numero di posta militare da quando lei era ancora qui a casa. ( mi pare strano che non avete ricevuto la sua posta) Non sa se lei aveva ricevuto l'ultimo pacco; la sua ultima carta postale che avevo ricevuto era quella del diciasei del mese passato. Se potrete scrivere ancora, scrivete. I saluti piu belli dalla vostra figlia Marija, saluti da Rado e Silvana. Vi prego di salutare Mici Muhčeva e tutte altre da Žaga



 doverosi ringraziamenti a:

all' Avv Remo Costantini per la gentilezza con cui condivide con noi la sua collezione

ad ai Sig.ri Zanella e Cuder  per la traduzione


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mercoledì 6 aprile 2016

Storie di profughi 
1946- 1960 

Si procede con lentezza a Fraschette di Alatri


A Fraschette di Alatri esiste un campo di raccolta per i profughi stranieri e naturalmente molti giuliani
 (quelli venuti via dalle loro terre senza il placet di Tito e nei modi più avventurosi--con barche o
 attraverso il filo spinato rischiando più di tutti e perdendo più di tutti) .
È logico che la polizia italiana tenga sotto sorveglianza polacchi, russi e via di seguito; e logico pure che
 controlli quei giuliani e dalmati che arrivano in questa parte dell'Italia senza avere le carte in regola.
Ma tra la raccolta e di concentramento passa una bella differenza. Anche se quel campo e detto di
 raccolta in sostanza non lo è. Nessuno può avvicinare i ricoverati neppure la stampa; mentre per gli
 stranieri quelli veri si arriva a ben incomprensibili agevolazioni.
Controllare va bene tenere sotto sorveglianza pure ottimo; ma perché a questi disgraziati non è data la
 facoltà di mettersi in contatto con quanti riconoscono e solo in Italia; perché la polizia non chiede
 informazioni ai comitati giuliani; perché il disbrigo delle pratiche procede tanto lentamente?.eppure molti
di questi hanno optato regolarmente per l'Italia.
 Sono cittadini italiani di fatto e di diritto.
Molti sono fuggiti dalla Jugoslavia perché le loro domande d'opzione sono state respinte da quelle
autorità che da loro non rimaneva altra via che la illegalità per poter godere della libertà e vivere nella
loro patria; molti hanno regolarmente optato in Italia; altri hanno optato in Jugoslavia ma non sono in
 grado di dimostrare il fatto con documenti. Perché la polizia non lavora? .Ci sono tante lire per
 conoscere la verità. Due di questi: Cosich Giovanni e Dugina Elio (già marinaio sulla Vittorio Veneto)
sono stati mandati in missione in Jugoslavia dagli americani ancora durante la guerra e quali partigiani;
 da quel paradiso sono potuti fuggire e il nero non hanno trovato qui molta differenza. Altri come Murgich
 Giuseppe ad esempio sono stati valorosi combattenti in grigio verde. Nella maggioranza si tratta di
italiani della provincia di Gorizia molti poi sono di fiume delle isole della Dalmazia.
Se questo trattamento dipende dalla direzione del campo sarà bene che il governo intervenga; se
esistono superiori disposizioni sarà opportuno allora che siano compiuti passi direttamente in alto.
 È ingiusto che nostri fratelli - ripetiamo che la polizia ha ragione di andare cauta - abbiano un simile
 trattamento. E se sarà necessario ritorneremo più diffusamente sull'argomento

dall'Arena di Pola del 30 marzo 1949



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Le peripezie di un profugo istriano

Ho letto con interesse le vicende di Antonio Rebaudengo che, negli
anni dell'ultima guerra mondiale, fu arrestato e internato in campi di
detenzione con altri 700 italocanadesi. Vorrei anch'io raccontare la mia
storia, amara e in parte simile alla sua. Sono nato a Rovigno, un paese
dell'Istria, e sono rimasto cittadino italiano fino al 1945, divenendo forzatamente
"jugoslavo" dopo il passaggio dell'lstria alla Jugoslavia.
«Fui, però, subito dichiarato nemico del popolo perché non accettai l'ideologia
comunista. Era come una condanna a morte e quindi, il 22
febbraio 1949, scappai con altri tre compagni da Rovigno con una barca
di quattro metri. Avevo 23 anni, e quindi il coraggio d'intraprendere
quel rischio. Ci raccolse, in mezzo all'Adriatico, un motopeschereccio
italiano, e una volta sbarcati raggiungemmo il campo profughi di Udine.
La nostra triste disavventura incominciò proprio da quel campo. Ci
fermarono degli agenti e, nonostante la presentazione del nostro caso e
la domanda di spiegare al direttore del campo-profughi la nostra situazione,
ci arrestarono come dei criminali. Scrissi subito a mio fratello,
padre Emilio Zivis, francescano conventuale residente allora a Padova,
il quale, giunto subito a Udine non ebbe il permesso di vedermi. Dopo
nove giorni, ci trasferirono a Venezia, ammanettati e in carri bestiame,
e ancora una volta non permisero a mio fratello frate d'incontrarmi. Seguirono
45 giorni di trasferimenti da una prigione all'altra: da Venezia
a Bologna, Firenze, Roma, fino ad Alatri, dove finalmente potei fare
una doccia! Dalla Jugoslavia mi arrivò la notizia che avevano arrestato
mia madre, due sorelle e un fratello per rappresaglia, e che erano stati
condannati a tre mesi di lavori forzati. Questo era il comunismo! «Trascorsi
sette anni e sette mesi di prigione, conosciuto come "numero
3688", sbattuto da un campo profughi all'altro, senza il riconoscimento
della mia particolare situazione nonostante le mie richieste e gli scioperi
della fame per il pessimo trattamento. Quando uscii di prigione,
con la qualifica di "apolide" pesavo 45 chili. Negli ultimi due anni, mi
permisero di visitare mia madre, che nel frattempo era stata trasferita
nel campo profughi italiano di Latina. Ma anche in quell'occasione, dovevo
sempre presentarmi all'Ufficio Stranieri. Si era interessato del
mio caso anche il Generale dell'Ordine dei Francescani Conventuali,
che presentò la mia domanda di riacquisto della cittadinanza italiana;
ma quel prezioso documento che mi avrebbe salvato da tante umiliazioni,
arrivò otto anni dopo, quando non ne avevo più la necessità.
Uscito, infatti, dalla prigione, emigrai negli Stati Uniti dove, trascorsi
cinque anni di residenza, il giudice, dopo che avevo giurato d'osservare
le leggi del Paese, mi diede la mano dicendomi: «Sei cittadino
americano!». Un gesto e un riconoscimento che contrastano con la perdita
di libertà e l'internamento in un campo di detenzione subiti, negli
anni dell'ultima guerra, dall'italocanadese Antonio Rebaudengo, e dalle
amare incomprensioni e crudeli trattamenti che io ho sofferto in Italia
in anni di pace».
NICOLA Zivis

Dall’Arena di Pola  del 30 novembre 2006

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“Le Fraschette” 18 agosto 1948

Dimenticati in questo posto, ti mandiamo i saluti dal profondo del cuore, anche a tutti quelli che non mancano di attenzioni verso di noi.
Vi bacio con affetto

Hysni Sharra




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 Isidoro Marsan, profugo borgherizzano italiano e 

    campione di pallacanestro in casa e a Cantù



Isidoro Marsan è alto e magro. Proprio come veniva indicato cinquant’anni fa, quando giocò a pallacanestro, ad alti livelli, in quella Zara postbellica che era stata la culla del basket in Jugosla­via e poi a Cantù, luogo sacro per i cestisti italiani e che tale è diventa­to proprio con l’avvento di Marsan. Lo conferma anche il sito ufficiale della “Pallacanestro Cantù” in cui si legge: “..con la riconquista del­la serie A nel ‘56, (con Marsan in panchina n.d.r.) si apre un capitolo nuovo per la storia del basket can­turino: in società entra la famiglia Casella ...allenatore resta lo zaratino Marsan”
“Alto e magro”, nel caso di Marsan, erano aggettivi che di­ventavano metafora di uno che sotto canestro ci sapeva fare; era­no complimenti, complimenti che valgono anche oggi per un signo­re di 83 anni, elegante e distinto, che non ha voluto mancare al re­cente Raduno dei Dalmati a Bel­laria (Rimini). Ce lo ha indicato Walter Matulich, uno che pur vi­vendo tra le nebbie lombarde porta la Dalmazia ben stretta nel cuore. “Nel secondo dopoguerra”, ci ha raccontato Matulich, “Marsan si distinse come operatore sportivo - “ante litteram”. Atleta poliedri­co, diede lustro, soprattutto, alla pallacanestro zaratina, nei ruoli sia di giocatore sia di giocatore-alle­natore. Vi gettò le basi del basket moderno, allevò con cura amore­vole, quasi paterna, una generazio­ne ispirata di ragazzotti, destinati a far conoscere all’universo mondo il nome della città dalmata. Uno su tutti: Pino Gjergja, suo allievo pre­diletto. Fa tenerezza, oggi, vederli passeggiare insieme, in Calle Lar­ga, a Zara, allievo e maestro, tessitori e testimoni di amicizia e soli­darietà: incanto di passioni che di­vidono le angosce a metà”.

La convinzione che Isidoro Marsan sia certamente un perso­naggio da presentare ai nostri letto­ri, si è rafforzata quando Matulich ci ha raccontato altri dettagli: “Nel 1953, in tournée” a Vienna con la squadra, Marsan decise di non rien­trare a Zara. Scelta alla quale lo in­dussero le “attenzioni” e le piace­volezze che il regime si piccava di ammannirgli. Agguantò allora l’Ita­lia e vi dimorò per cinque anni. Ec­celse, altra volta, nella duplice ve­ste di giocatore ed allenatore. Vis­se ramingo e solitario, fra Pavia, Cantù e Bologna per sbarcare, infi - ne, in Australia, ove tuttora risiede. Uomo modesto, schivo, integerri­mo, mai dimenticò o nascose quel che è stato ed è: - Borgherizzano ed Italiano”.

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Il 1953 è l’anno in cui si com­pleta l’esodo degli italiani dal­l’Istria, dal Quarnero e dalla Dalmazia. Se ne va anche lei, ma in circostanze diverse.
Nell’agosto del 1953 gli ameri­cani organizzarono a Vienna un tor­neo di 4-5 squadre al quale, accanto ad altre compagini austriache, par­tecipavamo anche noi di Zara. Ad un certo punto, all’improvviso, mio fratello Benito e Antonio Gjergja mi comunicarono che non aveva­no intenzione di tornare. Io, anche se non ero contrario all’idea, rimasi senza parole. Poi proposi di riman­dare il tutto al prossimo torneo al quale eravamo già stati invitati e che si doveva svolgere di lì a poco in Svizzera. Nel frattempo avrem­mo potuto parlarne con nostra ma­dre e avere tutti un minimo di ga­ranzia fi nanziaria, anche perché  mia madre, dopo la prigionia cau­sa l’anticomunismo, dipendeva dal mio stipendio. Loro non ne vollero sapere. In un bar incontrammo un tale di Bolzano che ci consigliò di rivolgerci ad un croato che a Vien­na si occupava dei casi dei profu­ghi. Vienna all’epoca era suddivisa in zone di controllo, ma di fatto era circondata dai russi. Con un’auto­mobile ci accompagnarono in una villa fuori città, una specie di cen­tro di raccolta profughi americano. Intanto la squadra non era rientrata a Zara, decisero invece di cercarci e si fermarono altri tre giorni. Il no­stro caso era diventato notizia. In quella villa, non so bene per qua­li canali, era venuto a cercarci per conto degli jugoslavi un tale Hor­vat che riuscì addirittura a parlare con me, ma io feci fi nta di essere spagnolo. Si teneva comunque ab­bastanza distante, perché gli ame­ricani gli dissero che avevo una malattia infettiva. In quella villa ri­manemmo una quindicina di gior­ni. Però la notte ci facevano dor­mire sempre in luoghi diversi, finché un giorno, con un piccolo ae­reo decollato proprio dalle rive del Danubio, ci trasferirono a Linz. Da Linz giungemmo nella piccola lo­calità di Asten dove c’era un cam­po per profughi dalla Jugoslavia. Lì mi sono trovato male, avevo paura perché c’erano tanti slavi e comun­que non mi fi davo. Così sono anda­to via, prima a Salisburgo, poi a In­nsbruck, dove ho acquistato un bi­glietto per Bolzano.
 Così raggiunse l’Italia.
Non fu così semplice. Eravamo senza documenti. Ci fecero scen­dere al Brennero, prima del confine, camminammo arrampicandoci per più di 25 chilometri. Superato il valico e arrivati a Vipiteno i carabi­nieri ci prelevarono e ci condussero a Bolzano. Ci fecero fare tre gior­ni di prigione, interrogatori a non finire perché c’erano ancora in cir­colazione tanti profughi e ricerca­ti tedeschi. Quando ci lasciarono, un carabiniere di Bolzano, al qua­le probabilmente facemmo pena, ci diede una lettera raccomandandoci di non aprirla prima di essere arri­vati a Trento. Dentro c’erano tremi­la lire...

Vita molto dura nel campo profughi
 Dove andaste?
Al campo profughi a Fraschette d’Alatri in provincia di Frosinone, dove in realtà c’erano due campi, il numero 1 e il numero due. Lì la vita era molto dura.
 Come vi trattavano?
Non ci trattavano...
Quando ho conosciuto un Lus­signano e un tale di Curzola mi sono sentito meglio. In campo ho incontrato anche Zaratini qua­li Giuseppe Marussich, che stava già al villaggio giuliano dalmata di Roma. Dopo due mesi di per­manenza mi salvò la pallacanestro perché da Venezia e da Pavia mi chiesero di venire a giocare.
 E suo fratello e Antonio Gjer­gja?
Se ne andarono in Cile.
 E lei tra Venezia e Pavia scel­se...
Pavia, perché lì c’era Tullio Rochlitzer che aveva giocato con me a Zara e perché a Pavia, al con­trario di Venezia, mi avevano of­ferto pure un lavoro in fabbrica. Poi purtroppo non se ne fece nien­te per questioni di carte, cittadi­nanza o profuganza, non mi ricor­do più. Così decisero di vendermi al Cantù.


http://www.anvgd.it/index.php?option=com_content&task=view&id=3514&Itemid=144

ISIDORO MARSAN Nato nel 1925 a Zara, dove la sua famiglia, titolare di un negozio di generi alimentari, abitava in Borgo Erizzo. (...) Una biografia postbellica la sua, che per un po’ assunse anche i contorni della spy story. Avviato ad una promettente carriera nella squadra di pallacanestro della sua città, nel ‘53, durante una trasferta a Vienna e senza alcuna sua premeditazione, si trovò coinvolto nei progetti di fuga del fratello diciannovenne e di un suo amico coetaneo, militanti anch’essi nella formazione sportiva. Due ore prime della partenza per il rientro a Zara, usciti per fare un po’ di spesa, i ragazzi lo misero a parte delle loro intenzioni. Fra l’altro, non avevano alcuna intenzione di ottemperare ai quattro anni di leva nella Marina jugoslava. Vista la loro determinazione, Isidoro, che dall’alto dei suoi ventotto anni si sentiva responsabile dei due ragazzi, li seguì. Vennero presi in custodia dagli Americani che, contrariamente al parere degli Austriaci, li nascosero; di giorno in una villa, di notte in una caserma, fino alla partenza della loro ormai ex squadra. Seguì, con un piccolo aereo, il trasferimento a Linz in un campo profughi plurietnico. I giovani però credettero di intravvedere un delatore fra gli ospiti di una base jugoslava, esistente a sette chilometri dal loro comprensorio; ragion per cui presero il treno e la via della fuga verso l’Italia. Si diressero al Brennero, area che a Marsan, per i suoi trascorsi di studio, era familiare. Sprovvisti di passaporto però, a 40 chilometri dal confine furono fatti scendere da un controllore. A piedi raggiunsero Vipiteno. Fermati dai carabinieri e riportati al valico confinario, furono trattenuti due giorni per accertamenti. Dopo un altro interrogatorio a Bolzano, vennero mandati al campo profughi di Fraschette di Alatri, in provincia di Frosinone. Prima della partenza, un’anima buona donò loro tremila lire. Praticamente un girone infernale che raccoglieva tutti quelli che nessuno al mondo voleva fu la sgradevole ed angosciosa sistemazione per le prime settimane. Ne emersero con il trasferimento alla normale vivibilità del campo numero 2. Il fratello, dopo qualche mese, emigrò alla volta del Cile. Con lui anche l’altro ragazzo, compagno della movimentata avventura. (...)

da  "Protagonisti senza protagonismo - la storia nella memoria di Giuliani, Istriani, Fiumani e Dalmati nel mondo" di Viviana Facchinetti
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  • ANTONIO STANISSA nato nel 1934 a Torre di Parenzo (…) C’era miseria e non si vedeva un futuro. Antonio si barcamenava con un po’ di pescato. In tutta segretezza, in vista della chiamata alla leva, organizzò la sua fuga verso l’Italia assieme ad un cugino ed altri tre amici. Attesero il bel tempo e poi una sera partirono su di una battana, fingendo di andare a pesca. Volevano dirigersi verso Trieste, ma varie difficoltà, non ultimo il fatto di incrociare per ben due volte le imbarcazioni della milizia, li fecero arrivare alla foce del Tagliamento. Erano le 8.30 del 7 settembre 1954. Come bagaglio, soltanto gli indumenti che aveva addosso. Dopo una prima precaria sistemazione a Venezia, dove furono registrati come profughi, vennero trasferiti al campo di Fraschette di Alatri, in provincia di Frosinone. Un comprensorio alla ribalta sicuramente non per la sua fama positiva: accoglieva infatti gente di tutte la nazionalità e di varia provenienza, spesso anche violenta o con un pedigree non proprio immacolato. Bisognava vivere in allerta. Riuscirono a farsi trasferire nel reparto degli esuli giuliani. Un aggiustamento un po’ “migliore”: 60 in baracca, il vitto da andare a ritirare con la gavetta... "Come profughi non se podeva gnanche pretender certe robe. Bisognava considerar tuto e comportarse ben". (...)