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mercoledì 23 novembre 2016

LA VITA DEI MILITARI
il lavoro, gli amici, lo svago, le ragazze di Alatri




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grazie a Marco La Magra 
che ha condiviso con noi i ricordi del suo papa'












venerdì 11 novembre 2016

Storie di Filatelia



Le lettere in partenza dal Campo   sono interessanti non solo per il loro contenuto, ma anche per le buste su cui si individuano i paesi di origine degli internati , o quelli in cui desiderano espatriare.
ma un altro aspetto curioso è quello  dei timbri e gli annulli  che appassiona gli amanti della filatelia  















C'è anche un omino: forse è l'autore del disegno che comunque si firma “Wanfried” 





Marco Occhipinti , esperto di Filatelia precisa che :
 La corrispondenza da/per i campi di internamento godeva di franchigia postale ai sensi dell'art.36 della Convenzione di Ginevra del 1929. Anche questa missiva godeva quindi di franchigia postale e non andava affrancata. Il mittente pensò comunque di disegnare un francobollo. La vignetta disegnata a mano è banalmente individuabile anche dal meno ligio ufficiale postale, ma ha ricevuto l'annullamento di Alatri, come se fosse appunto un vero francobollo. E' anche questo, probabilmente, un segno della sensibilità e della vicinanza che la popolazione civile di Alatri ha avuto nei confronti della gente del campo.









Questa busta può essere un bel pezzo per un collezionista. 
Il bollo ovale attestava la provenienza della missiva dal campo, e quindi il godimento della franchigia postale (infatti   non è affrancata).
 Una volta uscita dal campo, le missive evidentemente giungevano all'ufficio postale di Alatri, e da qui entravano nel circuito postale propriamente detto sino a destinazione. incuriosisce molto il bollo lineare. Attesta evidentemente che la missiva appartiene alla categoria dei "prigionieri civili" (per distinguerla dai "prigionieri di guerra", militari), 
però perchè in Francese? C'entrava forse la Croce Rossa?  



 doverosi ringraziamenti a:

a Remo Costantini per la gentilezza con cui condivide con noi la sua collezione

e a Marco Occhipinti  per le sue spiegazioni estremamente professionali

martedì 26 aprile 2016


I PROFUGHI ITALIANI     

1960- 76     ricordi   

  Wanda Arnone racconta    


Il mio arrivo in Italia





Arrivammo a Napoli con la nave " Campania Felix" partita dal porto di Tunisi ( La Goulette) nel pomeriggio del 6 luglio 1966.
 Era l'8 luglio quando dopo ore di attesa alla stazione ferroviaria di Napoli, ci caricarono su un treno destinazione " FROSINONE". Un autobus ci aspettava alla stazione e ci dissero che da li a poco, saremmo arrivati al Alatri e precisamente al Campo Profughi de Le Fraschette. 

 Io, avevo solo 14 anni e non vedevo l'ora di conoscere l'Italia, il paese dei miei nonni e come tutte le ragazzine della mia età ero euforica e diciamolo pure felice di affrontare questa nuova vita e di conoscere la nostra amata Patria, tanto decantata dai miei genitori. Ero ancora ignara di tutto quello che mi aspettava.

2- Avevamo lasciato una bella casa su due piani, luminosa, con servitù e tutti i conforts, una casa che mio padre aveva fatto costruire prima che io ( l'ultima di tre figlie) nascessi, e fu veramente sconvolgente il primo impatto quando ci assegnarono la nostra stanza in un padiglione ( se mi ricordo bene il primo a sinistra dell'ingresso principale)

Una camera buia, umida, squallida con tre letti, un tavolo, tre sedie. 
Ci furono assegnate tre coperte del tipo grigio-verdi militari e una coppia di lenzuola a testa, marchiate con un timbro nero, segno di riconoscimento del Campo.
Il tutto doveva essere restituito rigorosamente al momento di lasciare il campo.

Mi scordavo della stufetta appesa al muro per i giorni freddi, per non parlare dei bagni,un unico lavandino di cemento grigio che serviva per tutti gli usi senza acqua calda naturalmente.
Non potrò mai scordare il viso di mio padre, appena entrato in quel luogo che doveva essere la nostra futura dimora. Si sedette su un letto e grossi lacrimoni gli scorrevano sul viso e ripeteva in continuazione  "dove ci hanno portato", il viso fra le mani, si disperava.
Premetto che non avevo mai visto mio padre piangere, era una persona gioviale, allegra e sempre sorridente, poi si ammutolì completamente e credo che quella prima notte, nessuno di noi chiuse l'occhio

3-Dopo due giorni del nostro arrivo al campo, mio padre fu ricoverato all'ospedale S. Benedetto di Alatri per complicazioni polmonari.
Con il passare dei giorni le sue condizioni non miglioravano e fu trasferito all'ospedale Civile di Frosinone, quando il 10 Agosto, ad appena un mese dal nostro arrivo, ci annunciarono con un megafono dalla direzione del Campo di andare con urgenza all'ospedale di Frosinone. 

Suo padre mi dissero, si è aggravato, è meglio che andate subito.
Ho avuto un brutto presentimento. 
Mia madre aveva difficoltà a camminare per una gamba colpita da flebite e per fortuna trovammo un passaggio in macchina e come già prevedevo, il babbo non c'era più. 
Sul suo comodino trovammo una lettera scritta di suo pugno in francese e che conservo ancora gelosamente.
Sto meglio diceva e ci aspettava al più presto. 

Dopo la sua scomparsa, la piccola che ero io si dovette rimboccare le maniche. Mia madre andò in depressione totale e praticamente gli dovetti fare io da mamma, procurandogli il cibo che offriva il convento. Ogni mattina, mezzogiorno e sera, con qualsiasi condizione climatica anche sotto la pioggia, ci mettevamo tutti in fila indiana davanti alla cucina per ritirare la razione di cibo. Mi ricordo a parte pasta e minestra, ci toccava spesso per secondo 1 fetta di mortadella, 1 formaggino Galbani, invece la domenica un quarto di pollo arrosto per uno, era festa.

Dopo la scomparsa del babbo, passata l'estate, ci ritrovammo, mia madre ed io in questa zona isolata dal resto del paese, situata in una vallata attorniata da montagne, capimmo solo allora che quel sito non era altro che un ex campo di concentramento. Il suo muro di cinta era particolarmente alto e agli angoli c'erano le garitte di controllo, naturalmente non funzionanti.
Fu un inverno in cui abbiamo sofferto tanto il freddo, non avete neanche idea del freddo che faceva in quella conca in mezzo alle montagne, nebbia, umidità. A tutto ciò non eravamo abituati, oltretutto non eravamo molto attrezzati con vestiti pesanti venendo da un paese caldo e soldi per comprarli non c'erano.
Con il mese di ottobre, si presentò il problema della scuola per me. Le intenzioni di mio padre erano di mandarmi in Francia da mia zia, dove già da qualche anno viveva e studiava la seconda delle mie sorelle. Naturalmente dopo la tragedia, tutti i progetti andarono in fumo per ovvi motivi. 
Con l'aiuto di un'assistente sociale del campo e dietro suo consiglio mi fece fare per quell' anno un corso di Steno-Dattilografia ( allora si usava la stenografia), in attesa di decidere cosa fare da grande. Avevo la terza media in lingua francese e non avevo mai studiato l'italiano, lo capivo comunque un pò.
La scuola si trovava in corso della Repubblica ad Alatri, non lontano dalla Piazza e quindi tutte le mattine, dopo aver fatto la fila per il ritiro del caffelatte per due e la razione giornaliera di pane spesso e volentieri duro, partivo per Alatri con la corriera ( così chiamavano il bus che faceva la spola Campo/Alatri. 
A scuola mi ambientai subito e presto feci amicizia con i ragazzi e le ragazze della mia età. Provenivano da vari paesi dei dintorni di Alatri e a stento capivo il loro dialetto ciociaro ma mi divertiva sentirli parlare e loro mi prendevano in giro quando aprivo bocca con il mio italiano un pò stroppiato.Però erano molto disponibili con me e molto gentili. Ne conservo un bel ricordo.

Al campo avevamo contatti verbali solo con persone dei paesi come Egitto, Tunisia, Libia. Marocco. Si scambiava esperienze di vita maturate nei paesi di provenienza, si discuteva sul futuro e sull'ospitalità non adeguata ricevuta fino ad allora, con loro si parlava prevalentemente francese o in italiano ( dialetto che si parlava da noi). La maggioranza come noi erano di origine siciliana come i miei nonni.  

-Piano, piano e con tante difficoltà da affrontare passò l'inverno e con l' arrivo della primavera, mia madre che fino ad allora aveva fatto vita molto ritirata in quel buco di stanza, cominciava a riprendersi e a socializzare un pò con il vicinato. Arrivò una famiglia del nostro paese e si scambiavano visite ogni tanto. Difficilmente dava confidenza alle persone che non conosceva e dopo la scomparsa di papà divenne ancora più chiusa.
Io invece, avevo conosciuto qualche ragazza della mia età, si andava a fare passeggiate intorno al campo e alcune volte si arrivava ad Alatri a piedi. Ci si vedeva in quella sala prima dell'ingresso principale del campo dove ogni tanto, soprattutto il sabato sera si vedeva la TV tutti insieme.
Arrivò l'estate, finì il mio corso di steno-Dattilo riportando la valutazione " idonea". I miei zii di Roma, i fratelli di mamma decisero dopo una riunione di famiglia, che non avremmo passato un altro inverno in quelle condizioni inumane e a settembre 1967 ci trasferimmo a Roma in una casetta modesta in affitto ( 2 camere, cucina e bagno) nei pressi di S. Giovanni. Ci aiutarono loro i primi tempi a pagare l'affitto di casa e mio zio Michele, quello maggiore dei fratelli fece tornare la seconda delle mie sorelle dalla Francia che ormai aveva finiti gli studi e gli trovò lavoro alla AIR-FRANCE come stagionale ( cioè a tempo determinato).
Lui era da parecchi anni funzionario all'Alitalia e aveva molte conoscenze nell'ambito delle compagnie aeree.

Così, ad ottobre io cominciai ad andare a scuola, scelsi una scuola per Turismo dove oltre al francese, si studiava, tedesco, inglese, storia dell'arte, tecnica turistica e altre materie. Feci questo triennio e ne uscì con il diploma di " Addetta alle Agenzie turistiche" con bei voti. D'estate mi arrangiavo a fare la Baby- Sitter o la cassiera nei supermercati per aiutare un pò a casa


6 - Finita la scuola, a questo punto urgeva trovare lavoro, vista la nostra situazione economica veramente precaria e dipendere dagli altri non era molto gratificante, almeno per me. Mio zio aveva l'intenzione di trovarmi un impiego nel campo delle agenzie di viaggio come aveva fatto con mia sorella, ma io ho preferito cavarmela da sola e senza dire niente a nessuno mandai il mio primo curriculum ad un importante industria farmaceutica della zona trovai l'inserzione sul messaggero di Roma). Cercavano una segretaria bi-lingue con buona conoscenza della lingua francese scritta e parlata. Dopo pochi giorni mi chiamarono per un colloquio nella sede dell'azienda all'EUR. Il posto di lavoro, l'industria stava a Pomezia.
Eravamo in tante a fare questo colloquio ed il posto era molto ambito. Fui privilegiata, prima per la buona conoscenza della lingua francese e per la mia condizione di profuga, orfana di padre con madre a carico senza pensione. Il ragioniere che mi intervistò si intenerì e dopo questa mia storia un pò tragica, mi fece capire che probabilmente mi avrebbero chiamata per i tre mesi di prova e così fu. Dopo una decina di giorni, arrivò una lettera dall'azienda che mi invitava a presentarmi allo stabilimento.
Era il 2 febbraio 1970 quando fui assunta. I miei zii e mia madre non erano affatto d'accordo. Il lavoro distava 40 km da casa, alzataccia alle 5,30 del mattino e partenza con navetta aziendale alle ore 7,00 da piazza S. Giovanni. Ma io cocciuta, decisi di provarci contro il parere di tutti. In quella azienda ci ho lavorato 34 anni, Certo i primi anni non sono stati facili, mi fecero fare tante sostituzioni poi dopo un paio d'anni, il capo ufficio contabilità mi scelse come segretaria. Li, ho trovato un bellissimo ambiente, bravi colleghi con chi ancora sono in contatto e un capo molto a la mano e comprensivo.
Mi aiutavano molto con la lingua e mi trovai subito a mio agio, ormai l'ufficio era diventato casa mia, coccolata e stimata da tutti, così mi sentivo. Subito dopo l'assunzione, mi sposai molto presto, il primo figlio a 20 anni, la seconda a 26 e tanti sacrifici per comprare una prima casa tutta nostra.
Mia madre, naturalmente viveva con noi, ma nel 1977, l'anno in cui io aspettavo mia figlia Silvia, morì per un blocco renale a soli 66 anni. Io, ero al settimo mese di gravidanza e quest'altro dolore non ci voleva e quindi mi ritrovai sola a crescere i miei figli.

 Sono stati anni molto duri, ma grazie al cielo, dopo tanto tribolare, oggi non mi posso lamentare. Con tanta fatica sono riuscita ad avere questa benedetta pensione pochi anni fa che mi permette di vivere decorosamente e con tante bocche da sfamare, ma per figli e nipoti questo ed altro. I miei riposano tutti i due al cimitero di Frosinone e ogni tanto porto a loro fiori freschi e la mia presenza, ringraziandoli sempre per tutto quello che hanno fatto per noi.
Volevo consigliare ai miei amici di comprare e leggere il libro    "IL PROFUGO ITALIANO" scritto da Fabio Guastamacchio e che racconta la vita di Bruno BUCCETTI che ha vissuto anche lui per un periodo al Campo. Leggetelo è molto interessante. Si compra su Internet e non in libreria. Volevo ringraziare anche lui per avermi spronato a scrivere questa dolorosa parentesi della mia adolescenza, autorizzandomi a prendere alcuni spunti del suo racconto. Grazie ancora Bruno




le fotografie che raccontano l'attuale degrado del Campo Fraschette sono di Maria Novella de Luca



























martedì 19 aprile 2016


CORRISPONDENZA IN PARTENZA DAL CAMPO FRASCHETTE NEGLI ANNI  CHE VANNO DAL 1948 AL 1960




5 aprile 1950
 "cartolina di gruppo"
indirizzata alla  Sig.ra Pacsai Katalin
 Veszprémvarsány Veszprém megye (contea di Veszprém) 
Ungheria





 Szeretettel gondolok Rád , Pista  (oPiroska?)
 Ti sto pensando con affetto   Pista
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 sokszor es szeretettel csokol,Tőke László 
tanti baci affettuosi - Tőke László 
........... 
 
 Sok szeretettel, mint ismeretlen ,Baráth János 
"Saluti con tanto amore, da uno sconosciuto - János Baráth"
forse gioco di parole, perché il cognome é Baráth - che si pronuncia barát (amico),  
............

 poi c'é la firma anche di un certo  Árvay Ferenc 

 
doverosi ringraziamenti a:

Renzo Reggi che ha fornito copia della cartolina

ad Agnes Preszler e a Antonio Coletta e al suo amico Gergo Rodonyi 
per la traduzione



giovedì 7 aprile 2016




Lettere inviate agli internati 
al Campo Fraschette nel  1943


alla baracca n°147 


La busta contiene due lettere



Cara mia Lizika
Per prima cosa ricevi da me i più cari e cordiali saluti e da tutti noi tre insieme. Fino adesso stiamo bene, grazie a Dio, e così auguriamo anche a te. Mi avevi detto che da voi c’ è un terribile caldo, che avete paura di malattie, qui è già successo. Sono morti tre bambini, di Margerjeva due e una di Liza Vančeva, e a Marija sono morti lo zio Fiser, Liza Erdelova, Mica Šuštarjeva. Ma adesso la malattia è già passata, per fortuna è arrivata la pioggia e il mondo si è rinfrescato. Nella mia ultima lettera ti avevo scritto che andremo a falciare l'erba, ma non ci andremo, resteremo a casa. Ema si è fatta male a Bovec, come stai tu? E Liza Mehelova? Qui è come al solito, lavoriamo sempre, per procurarci qualcosa da mangiare d'inverno. Io non raccoglierò le patate, perché così anche tu le potrai raccogliere. Sai che ho tante preoccupazioni, e che non sono capace di risolverle tutte. Nella ultima lettera avevo messo dentro anche la foto. Non so, se avete ricevuto qualcosa. Se avete ancora dei soldi, comprate quello che trovate. Devi forzare anche la mamma a comprare e incoraggiarla . Di soldi ce ne saranno ancora, anche quando noi non ci saremo più. Dici che la zia non ti scrive. Come vuoi che ti scriva, se è sempre lassù a bosco a falciare l'erba. Quando tornerà le dirò di scriverti. Dica a Ana che suo Vasilij ha la posta militare. Penso che si trovi lì vicino dove era prima. A voi scrive ? Per oggi finisco con questa mia brutta scrittura, sai che devo scarabocchiare in fretta. Ricevi i più cari saluti e baci da Marija, Radko , Silvana e dalla madre che mi aveva raccolto i fagioli e li ha venduti ai soldati , ne ho salvati solo un po’. Lei dice che il campo è suo. Cosa vuoi fare zitti e lascia stare. Saluti anche ad Anna, Reza. Siate coraggiosi! Marija



Cara Mamma
Voglio scrivervi di nuovo un paio di righe per farvi sapere che noi tre ci troviamo sempre in buona salute e qui a sempre come al solito, come sempre, esattamente come quando voi eravate a casa. Quando voi avrete tornato a casa, avrete raccolto le patate e anche un po' di fagioli sono già stati raccolti.
Qui si lavora lentamente ogni giorno per produrre qualcosa da mangiare d'inverno.
Ora è venuto il giorno che arrivi Pepi. Per noi non c'è bisogno di preoccuparsi, voi pensate solo a se stessa e comprate quello che vi serve e non risparmiatevi di comprare. Io oggi vi mando tutte le duecento lire entrambe e anche la zia Reza stessa vi manda la stessa somma, le manda anche al papà e a Franco. Io gli avevo gia mandato, perchè piu tardi non so se avro ancora la possibilita di mandare, penso che per adesso vi bastera.

Qui era la malattia, dissenteria , sono morti tre bambini e adesso i soldati avevano disinfettato tutto villaggio, che questa malattia non si diffondera. Ma adesso è gia finita, per fortuna è arrivata la pioggia e anche questa sera piove.
Zia Reza e zio sono andati a Trieste- è arrivato loro figlio. Pepi Tigu vi aveva mandato i cari saluti, uguale per zio Feliks. Ha detto di essere felice perchè si trova bene a Sardegna e che deve avere ancora un po pazienza. Anche Stanko di zia Reza si trova bene sotto le truppe (fermo), pero siate coraggiosi e avete pazienza perche arrivi l'ora che ci avremmo visti. Le zie le mandano tanti saluti, uguale gli zii, specialmente zio Feliks. Lui ha ancora lo stesso numero di posta militare da quando lei era ancora qui a casa. ( mi pare strano che non avete ricevuto la sua posta) Non sa se lei aveva ricevuto l'ultimo pacco; la sua ultima carta postale che avevo ricevuto era quella del diciasei del mese passato. Se potrete scrivere ancora, scrivete. I saluti piu belli dalla vostra figlia Marija, saluti da Rado e Silvana. Vi prego di salutare Mici Muhčeva e tutte altre da Žaga



 doverosi ringraziamenti a:

all' Avv Remo Costantini per la gentilezza con cui condivide con noi la sua collezione

ad ai Sig.ri Zanella e Cuder  per la traduzione


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