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martedì 17 novembre 2015




FABIO GALLUCCIO - I LAGER IN ITALIA


dal sito http://www.perdersiaroma.it/?p=1923

23OTT 2015



Fabio Galluccio ha la vocazione civil servant.
 In una versione “azionista” che però non ti fa pensare all’effetto retro. 
Tutt’altro. Anni fa ne ha dato segno, unendola alla passione storica 
e dell’inchiesta, in un libro che ebbe un successo sorprendente per
 un tema allora poco glamour: “I Lager in Italia” (nonluoghi libere edizioni).
 Ne ripubblichiamo un estratto dedicato ad Alatri e al campo di sterminio “Le Fraschette”.
 Un viaggetto con una sua verve civile irata. Che sta bene nel nostro sito sbieco. 
Alatri – Le Fraschette di Fabio Galluccio
Del campo di Alatri, probabilmente non avrei
saputo nulla, se non fossi andato a Carpi. Lí ho comprato
il libro «Un percorso nella memoria». Nella parte
che riguarda Ferramonti, Carlo Spartaco Capogreco,
una pietra miliare della ricerca che sto svolgendo,
parla di Alatri come di uno dei più grandi campi di
concentramento esistenti in Italia durante il periodo
fascista. Là, però, oggi non penso di trovare piú molto.
Non fa molto caldo e il tempo minaccia. Percorro
l’autostrada fino a Frosinone e poi salgo verso Alatri.
alatri2
Un paese affascinante e misterioso. Domina un colle.
Mura antiche e possenti. Con una rocca massiccia,
inespugnabile, dove lo sguardo si perde alla ricerca
dell’infinito. I monti Ernici accompagnano lo sguardo.
La cattedrale svetta sulle mura. Con una plasticità
elegante. Con una rivisitazione moderna, in parte
baroccheggiante. Nei giardini, mentre una sposa sale
le scale verso la chiesa, cerco di fermare la mia mente
e di godere la pace di questo sabato di un villaggio.
Un juke-box modernissimo suona una vecchia canzone
di Nada, «Giudizio universale», rivisitata da un
nuovo complesso italiano.
Entro in un piccolo chiosco-bar. Chiedo una birra
e compro una guida di Alatri. Come sempre, nessun
riferimento al campo. Chiedo alla signora del bar se
sa qualcosa. «Sì, mio marito si ricorda che alcuni prigionieri
venivano lasciati uscire per giocare a pallone.
Giocavano benissimo. Erano quasi tutti jugoslavi.
Può chiedere a qualche vecchio del luogo».
Sono abbastanza pessimista, ma non mi do per
vinto. Percorro i vicoli medievali. Scopro botteghe di
artigiani locali, ricavate da vecchie cantine. Scendo
verso il corso principale e poi risalgo. Mi si apre di colpo
la piazza di Santa Maria Maggiore. Due chiese le
fanno corona: quella da cui prende nome la piazza e
la chiesa degli Scolopi. Anche se dominano la piazza
i due palazzi civili, in particolar modo il municipio.
È ora di pranzo. Superata la piazza mi accoglie, in
un cortile, La Conca, un locale che mi invita a sostare.
Pranzo. Il ragazzo che mi serve a tavola mi vede
scrivere e mi chiede se sono uno scrittore. Magari! Gli
accenno della mia ricerca e gli dico che sono qui per
le Le Fraschette. «Ah sì, giù, verso Fumone. Da ragazzo
ci giocavo a calcio. Ora ci stanno costruendo l’ostello
della gioventù per il Giubileo. È stato abbandonato
per anni. Vi andavano ragazzi per drogarsi o
fare sesso. Ma nulla che ne ricordi la memoria. Ho
fatto l’istituto industriale, ma mi sono sempre interessato
di storia», mi risponde.
Penso che quel ragazzo, con le sue poche parole,
abbia costruito il vero monumento della memoria, cosa
che politici e amministratori non sono riusciti a fare
in più di cinquant’anni. A fianco a me altre persone
si incuriosiscono. «Mio padre – racconta un signore
con la barba che dice di ritornare dopo anni nel
suo paese – è stato costretto dai nazisti a costruire il
campo».
In realtà, il campo fu costruito dai fascisti molto
prima dell’occupazione tedesca. Apprendo che è stato
trasformato in un campo profughi dopo la fine della
guerra e che ha ospitato libici, egiziani, tunisini o
italiani residenti in quelle nazioni e cacciati da quei
paesi in periodi di forte turbolenza politica, fino agli
anni Settanta. Mi consigliano di visitare i dintorni,
soprattutto l’abbazia di Trisulti. Prendo il numero telefonico
del ragazzo cui prometto una copia della ricerca,
quando sarà ultimata.
lagercop
Con la macchina mi dirigo verso il campo. L’estensione
è enorme. Le baracche, pur in rovina, sono conservate
e si ha chiaramente l’idea di quello che dovevano
essere quando funzionavano. Mi colpisce il
cartello della Presidenza del Consiglio per i lavori di
costruzione dell’ostello: «Campo ex profughi». In effetti,
quella fu l’ultima destinazione del campo. Il cartello
dà una valenza positiva a qualcosa di orribile,
che è stato ideato per rinchiudere uomini.
Telefono sbalordito, indignato alla Fondazione Ferramonti.
Non trovo nessuno, ma lascio un messaggio
e il mio numero di telefono alla segreteria telefonica.
All’inizio del campo, in un piccolo piazzale, c’è
una grotta che custodisce l’immagine della Madonna
di Lourdes. Fra poco ci sarà una festa in suo onore,
come ogni luglio. Stanno pulendo. Il comitato organizzatore
della festa non vive giornate di concordia,
mi spiegano alcuni membri. Questa Madonna è stata
inaugurata dal senatore Andreotti. Penso, tra me e
me, che l’ex presidente del consiglio non ha voltato
la testa per guardare lo sconcio che c’era dietro. Saprò
poi che la Madonna fu trovata semisepolta nel
campo. Probabilmente era custodita nella chiesa che
fu costruita per i deportati.
Torno alla piazza Santa Maria Maggiore. Non posso
pensare che su questo campo non ci sia un testo,
qualcuno che abbia scritto, sintetizzato i ricordi, le
memorie dei deportati. Nessuno ha raccontato? Entro
in una libreria della piazza. Chiedo se qualcuno
ha scritto, parlato de Le Fraschette. «C’è pochissimo.
In realtà, fino a pochi mesi fa avevo un libro. Non mi
ricordo piú come si chiama l’autore», spiega il libraio.
Intanto mi parla degli ultimi profughi. Anche Luciano
De Crescenzo è stato qui. E i genitori di un ex
giocatore della Juventus e della Nazionale, Gentile.
Insisto nel chiedere se si ricorda il nome dell’autore
del libro. «Forse ho il biglietto da visita». Lo cerca nel
cassetto e me lo dà. Quasi non credo a questa inaspettata
fortuna. L’autore si chiama Luigi Centra.
alatri
Desidero andare verso l’abbazia di Trisulti. Voglio
seguire l’indicazione che mi hanno dato, ma anche il
mio istinto. Percorro tra boschi meravigliosi la strada
verso l’abbazia. Come sempre, dopo aver visto il totale
abbandono di questi luoghi e la perdita di qualsiasi
identità, mi sento depresso. Malinconico. Avvilito. Incavolato.
Con la voglia di lasciare tutto il lavoro svolto.
Devo ricaricarmi. Il verde, le poche auto che si
incontrano, il volo degli uccelli che mi accompagnano
mi riconciliano con gli uomini. Arrivo nel piazzale
dell’abbazia.
Quest’abbazia cistercense mi rapisce. Mi droga di
spiritualità. Mi fa per un attimo dimenticare la mia individualità.
Annegare la personalità. Seguo un gruppo
di turisti. Entro nell’antica spezieria. Sul soffitto
affreschi di tipo pompeiano. L’effetto è dirompente.
Varie le scansie e gli scomparti. Su una parete di una
stanza c’è dipinto un frate che invita al silenzio. Fuori
dalla farmacia un piccolo, grandioso giardino. Una
piazza con una fontana precede l’entrata nella chiesa.
Non so in che consista la sindrome di Stendhal.
Se è uno smarrimento, un mancamento per la «troppa»
bellezza, io l’ho avuta. Mi sono dovuto appoggiare.
Per non finire a terra.
La bellezza ti fa perdere la testa. Ti fa smarrire. Cerchi
un’ancora «terrena», che ti aiuti a ritrovare la ragione.
La pala dell’altare, le pareti superiori e laterali.
Un gioco cromatico di rappresentazioni sacre che ti
avvolge trascinandoti, quasi risucchiato nel coro, stranamente
sul lato opposto dell’altare. Con un pannello
ligneo che separa il resto dalla chiesa, probabilmente
riservato agli altri fratelli novizi e agli altri fedeli.
Esco rapito. Travolto dalle scoperte della giornata.
Da “I Lager in Italia. La memoria sepolta nei duecento luoghi di deportazione fascisti” (Nonluoghi Libere Edizioni, 2002).



FABIO GALLUCCIO: "I LAGER IN ITALIA"

LA MEMORIA SEPOLTA NEI DUECENTO LUOGHI DI DEPORTAZIONE FASCISTI

Un viaggio nella memoria, in una storia non raccontata e rimossa. Una 

scoperta in cui l'autore snocciola come un rosario laico uno dopo 
l'altro i campi di internamento italiano durante il fascismo in un 
attonito viaggio in un'Italia spesso sconosciuta, straordinariamente 
bella e affascinante.

Il viaggio inizia casualmente a Ferramonti in Calabria, dove l'autore 
scopre proprio sotto un cavalcavia dell'autostrada Roma-Reggio 
Calabria, all'uscita di Tarsia, un campo di concentramento deturpato 
dall'autostrada, ma recuperabile, con le garitte e le baracche ancora 
in piedi. Da lì si avventura in un labirinto, dove ogni campo scoperto 
è una crudele sorpresa per le parole non dette e la memoria non 
recuperata. Fino ad arrivare ad un numero di oltre cento campi, 
cosciente, alla fine, di averne trovato solo la metà. Un racconto che 
si snoda come un giallo scritto da chi non si occupa di storia, ma da 
un un cittadino come tanti che si indigna di fronte all' occultamento, 
alla non verità.

Campagna, Alatri, Farfa Sabina, Anghiari, Roccatederighi, Civitella del 
Tronto, Urbisaglia, Pollenza, Carpi, Risiera di S.Sabba, sono alcune 
delle tappe nel buco nero della storia italiana. Dove l'autore spesso 
si muove in una panorama onirico da incubo, quasi a voler dimostrare a 
se stesso che non è vero, non è possibile. Ma il risveglio è più amaro 
della realtà.

I campi furono istituiti con decreto del 4 settembre 1940, n.439 e 
dovevano ospitare inizialmente soltanto cittadini stranieri dei paesi 
belligeranti con l'Italia, ma diventarono ben presto campi per ebrei 
stranieri, slavi, zingari, oppositori politici e omosessuali. Da circa 
40 campi iniziali si arrivò ad un numero che, secondo lo storico 
Luciano Casali, professore di storia contemporanea all'Università di 
Bologna, ammonta a 259. L'autore ne ha catalogati 113 in Italia e 22 
nei territori occupati dall'Italia. Alcuni furono campi provinciali 
istituiti durante la Repubblica Sociale Italiana. Pochissima la 
letteratura sulla materia e pochi gli storici che se sono occupati : 
tutto rende il tema più misterioso e affascinante, ma anche più 
terribile.

I campi non furono campi di sterminio, se si esclude quello della 
Risiera di San Sabba, ma soprattutto nei campi del centro-nord dove 
gli alleati arrivarono più tardi, i deportati furono prelevati dai 
nazi-fascisti e portati in Germania per la soluzione finale. In tutto 
questa storia appare, come un'ombra, la presenza della Chiesa che 
sorveglia, dietro le quinte, che il regime non superi certe efferatezze.

Il libro è anche l ' occasione per ripercorrere un periodo storico 
dalle leggi razziali del 1938 alla fine della guerra, dove la 
maggioranza degli italiani visse con leggerezza e superficialità 
quegli orrori senza accorgersi responsabilmente di quello che stava 
accadendo. Ma anche un severo monito a coloro che fondarono la 
democrazia e cercarono di cancellare con un colpo di spugna quello che 
era avvenuto. La storia non perdona chi dimentica e i fatti e la 
cronaca di questi giorni nel nostro Paese ce lo ricordano con 
severità e ci ammoniscono degli errori passati e, purtroppo, presenti.

mercoledì 26 agosto 2015

 DARA IVKOVIC
articolo di Pietro Antonucci
http://www.visitalatri.it/index.php/component/content/article/43-notizie/839-dara-ivkovic-torna-alle-fraschette

Ancora una "reduce" del campo d'internamento delle Fraschette che torna ad Alatri, ancora un pezzo di storia che si ricompone, un ulteriore tassello che si aggiunge alla ricerca - lunga e laboriosa - per ricostruire la memoria del campo.
Dara Ivkovic, 73 anni, è giunta sabato 30 agosto 2014 al campo delle Fraschette, insieme con il marito Ivan, 83 anni.
Di origine croata, ma da molti anni residente nella cittadina di Milton, nel Nuovo Galles del Sud (Australia), la coppia è entrata alle Fraschette accompagnata da Marilinda Figliozzi, che ha preso il primo contatto con i due graditi ospiti, la professoressa Maria Scerrato, il fotografo Peter Zagar e il giornalista Pietro Antonucci.

Dara, nata nel 1941, arrivò al campo delle Fraschette che era neonata e vi ha trascorso circa un anno, più altri sei mesi nell'ospedale "San Benedetto" di Alatri.
Che ricordi ha del campo, Dara?
Io non posso ricordare nulla della vita che c'era qui, poichè avevo un anno, solo un anno quando sono arrivata qui. I miei ricordi sono quelli di mia madre.
Con chi arrivò qui alle Fraschette e quando vi arrivò?
Arrivammo nel 1942, venimmo trasferiti dall'isola di Melada (isola croata, ndr), dove c'era un altro campo di internamento. Arrivai insieme a mia madre, che era nata nel 1915, a mia zia e a mia nonna.
Cosa le disse, poi, sua madre di questa esperienza alle Fraschette?
Mi parlava della fame e del freddo che abbiamo patito qui.
Cos'altro accadde al campo mentre la sua famiglia era qui?
Mi ammalai e sono stata ricoverata nell'ospedale grazie all'impegno e all'attenzione delle suore Giuseppine. A quel ricovero devo la mia vita, perché altrimenti oggi non sarei qui. Sono rimasta sei mesi all'ospedale e mia madre mi cercava disperatamente per sapere dove fossi e se stessi bene.

Chi la salvò? Ricorda qualche nome?

Mi salvò suor Carmelina, adesso sepolta nel cimitero di Barga, in provincia di Lucca. Sono e sarò sempre grata a lei e alle suore per avermi salvato la vita.

Aveva consapevolezza e coscienza del perché lei e la sua famiglia eravate state recluse prima a Melada e poi alle Fraschette?
Mio padre era un partigiano titino ed era ricercato per questo. Il suo nome era stato inserito in una lista speciale e credevamo che prima o poi ci avrebbero ucciso tutte.
Così non fu. Sa cosa successe dopo la liberazione di Alatri, avvenuta il 2 giugno del 1944?
Una volta usciti dal campo, in treno siamo tornati a casa, nell'attuale Croazia. Andammo prima a Roma e poi a Trieste. Per tornare a casa ci mettemmo otto giorni.
Dara racconta la sua storia mentre passa tra gli alberi e le baracche superstiti del campo, si ferma davanti alle baracche dove compaiono scritte in croato, poi arriva davanti alla chiesa diruta insieme con il marito (nella foto, in alto a sinistra): più volte la sua voce si blocca per l'emozione. Il pensiero va spesso, dice lei, alle suore che le hanno salvato la vita. Una breve visita che si conclude con abbracci, sorrisi e ringraziamenti per la piccola "delegazione" alatrense che li ha accolti e aiutati nel loro viaggio alle Fraschette.

Dara e Ivan Ivkovic hanno poi trascorso in totale due giorni ad Alatri, visitando anche la città e i suoi monumenti, prima di lasciare la Ciociaria direzione innanzitutto Barga, per andare a depositare un fiore sulla tomba di suor Carmelina, e quindi Zagabria.
"Sono stata poco ad Alatri - è stato uno dei suoi ultimi pensieri prima di partire - ma questo soggiorno mi ha dato molto di più di quanto mi attendessi".


si prega   di citare la fonte e l'autore dell'articolo in caso di utilizzo del testo   


 Foto di Peter Zagar



IL PERCORSO DI VITA DI SUOR CARMELINA Sr Carmelina, al secolo Maria Ippolito, è nata a Novoli (Lecce) l’8 settembre 1920 da una famiglia profondamente religiosa . Entrata nella congregazione delle Suore Giuseppine di Chambery, ha vestito l’abito religioso l’8 settembre 1939 prendendo il nome di Sr Carmelina. Ha fatto i suoi primi voti il 28 settembre 1942 e la professione perpetua il 14 settembre 1945. Dopo la prima professione religiosa, Sr Carmelina è inviata a Veroli per collaborare ad un servizio molto particolare verso i più derelitti,sotto la sapiente guida di Madre Mercedes Agostini, insieme ad altre consorelle. C’è la guerra e il Vescovo chiama questo gruppo di suore per assistere gli internati civili nel campo di concentramento delle Fraschette di Alatri, un servizio molto esigente e difficile. Il loro campo di lavoro comprendeva: scuola per i più piccoli, assistenza sanitaria, umana e spirituale; tutto si svolgeva in un’atmosfera di paura, di privazioni, di rischio. Questa è stata la pedana di lancio per la futura attività apostolica di Sr Carmelina.

Nel 1946 viene trasferita a Barga nella comunità del Conservatorio S. Elisabetta, come responsabile del Collegio per le numerose ragazze provenienti dai paesi vicini. A Barga Sr Carmelina resterà per 62 anni, stimata da tutti per il suo impegno apostolico e per la sua testimonianza di vita. Aveva una personalità forte, severa
e austera con se stessa, ma era aperta e generosa verso gli altri. La sua missione tra le giovani studentesse era facilitata dal suo modo di essere e di porsi...... Era ferma ed autorevole e la testimonianza della sua vita fatta di preghiera, di servizio, di sacrificio e di amore era uno stimolo forte per le ragazze per la loro formazione umana e spirituale. ( ................) Col passare degli anni, la sua salute cominciava a declinare e, nel 2008, è stato necessario trasferire Sr Carmelina all’infermeria della comunità del Casaletto, a Roma; ........ La sua partenza per il cielo è avvenuta l’11 gennaio 2012, con la stessa celerità che l’ha caratterizzata durante la sua vita.
http://www.barganews.com/wp-content/uploads/2012/02/Febbraio-2012.pdf
Concetta Ellul
articolo di Pietro Antonucci
http://www.visitalatri.it/index.php/component/content/article/43-notizie/777-concetta-ellul-storia-di-uninternata-alle-fraschette


Concetta Ellul, "Tina" per gli amici, arrivò al campo delle Fraschette insieme ai suoi famigliari che aveva pochi mesi. Insieme ad altre centinaia di anglo-maltesi, sudditi britannici espulsi dalla Libia (lei è nata a Tripoli, ndc), fu tra i primissimi internati al campo alatrense.
Correva l'anno 1942.
La piccola Concetta lasciò poi le Fraschette nel 1944, dopo avervi perso molti degli affetti più cari, tra cui il padre, un cugino e il nonno.
A settanta anni esatti di distanza, Concetta Ellul ha rimesso piede nel campo delle Fraschette.
La mattina del 5 giugno 2014 ha varcato il cancello del campo e con la mente e il cuore è tornata indietro nel tempo, alle sofferenze, ai disagi, alle paure di quegli anni oggi così distanti, ma ancora vivi, fortemente vivi, nel suo animo.
Ad accompagnarla in questo viaggio a ritroso il marito Roger Turner con il quale oggi vive nei pressi di Vancouver, in Canada. Con loro Marilinda Figliozzi e Pietro Antonucci, studiosi che da anni sono impegnati insieme a Carlo e Mario Costantini, in un'opera di ricostruzione storica e di conservazione della memoria di quelle che sono state le vicende delle Fraschette, i quali li hanno "guidati" nel breve ma intenso soggiorno alatrense.
L'ingresso al campo si è rivelato denso di emozioni fin dall'inizio: i sorrisi iniziali hanno lasciato subito lo spazio a una comprensibile trepidazione. Tutti quelli che le erano attorno hanno fatto silenzio: il momento era semplice, ma solenne allo stesso tempo. Ed era suo. Era solo suo. Il suo volto è stato come percorso dai rivoli dei ricordi, che sono emersi in maniera vivida. Sembravano di ieri... eppure sono trascorsi settant'anni!
Concetta si è arrestata davanti alla piccola chiesa del campo, ormai un ammasso di ruderi, poi mano nella mano con suo marito sono entrati dentro. Si sono soffermati a leggere le scritte lasciate da qualche vandalo, ma si capiva lontano un miglio che nella mente di Concetta si addensavano tanti pensieri.
Quindi, Concetta Ellul ha iniziato a parlare di quella che è stata la sua esperienza, tra racconti tragici, drammatici. Parole, espressioni, sensazioni raccolte dalle riprese video e dagli scatti fotografici di Valerio Nicolosi e Maria Novella De Luca. Ecco allora che sono riaffiorati le immagini delle prime baracche, ben diverse da quelle che ci sono ora, la morte del nonno e quella del padre, perito sotto il bombardamento del febbraio 1944 (in quello stesso episodio, il fratello di Concetta perse la gamba sinistra), gli stenti patiti per la fame, la morte di un piccolo cugino caduto in una pentola di zuppa bollente, la storia dei poliziotti che molestavano le donne, la madre divenuta cieca per le botte ricevute...
Signora Concetta, che effetto le fa tornare al campo delle Fraschette dopo tanti anni? La domanda la coglie nel profondo nel cuore e non riesce a trattenere la commozione... L'intervista finisce lì, ma alle lacrime sono seguiti ancora altri momenti pieni di ricordi, passeggiando tra la vegetazione spontanea e le baracche dirute. "Lo sapete? - ha detto la signora Concetta - La mia era una famiglia ricca e, quando morì mio padre nel campo, mia madre volle che fosse sepolto vestito di tutto punto". Un cenno all'opera del vescovo Edoardo Facchini e, poi, sono venuti a galla anche altri particolari delicati, inediti per certi aspetti: "Tina" Ellul ha affermato che nel campo vennero nascosti anche alcuni bambini ebrei per sottrarli al trasferimento verso i campi di concentramento e di sterminio.
Anche il giorno successivo è stata una giornata emozionante. Concetta e Roger si sono recati in Comune e, all'ufficio dello Stato Civile, hanno ottenuto una copia dell'atto di morte del padre di Concetta: da un vecchio registro del 1944, ecco spuntare il nome di Michele Ellul. La riapertura di quel vecchio registro è stato come un altro tuffo al cuore per "Tina". L'impiegata del Comune ha iniziato a leggere qualche riga di quell'atto per poi dire: "Suo padre è deceduto all'ospedale di Alatri". "Tina" ha fatto un cenno con la testa, un "sì" sommesso, coperto ancora dall'emozione. Nel pomeriggio ha ricevuto insieme a Roger la visita di alcuni parenti provenienti da Napoli, tra cui la figlia di una sorella anch'essa internata alle Fraschette. Infine, Marilinda Figliozzi ha consegnato a Concetta Ellul una copia di alcuni documenti, ingialliti dal tempo, in cui appare il suo nome insieme a quelli di tanti altri internati anglo-maltesi.
Sabato 7 giugno 2014, Concetta e Roger hanno lasciato Alatri, tra i saluti e gli abbracci di chi li ha accompagnati durante la loro permanenza: un'amicizia nata rapidamente, anche se giunta dopo innumerevoli scambi di email e informazioni, e vissuta con grande intensità.
Vita e cronaca di una piccola grande donna che la Storia ha portato ad Alatri.





si prega   di citare la fonte e l'autore dell'articolo in caso di utilizzazione del testo   


 Foto di Maria Novella de Luca 


 Concetta è una signora dolcissima, sempre sorridente, anche se la vita, in gioventù , con lei non è stata molto buona,anzi direi cattivissima
Il papà arrivò in Italia già ferito negli scontri in Libia con i soldati italiani. Concetta aveva solo 3 mesi e sa , dai ricordi dei parenti, di essere stata in vari posti , tra cui Fiuggi, prima di essere internata a Fraschette.

Insieme ai genitori e a lei c'erano anche altri 4 fratelli. Una sorella signorinetta fu più volte molestata dai soldati e la mamma divenne cieca a seguito di una caduta fatta per impedire che il marito venisse mandato a lavorare per i Tedeschi.

 Ma il signor Michele Ellul non fu comunque aiutato dalla fortuna , morì nel mitragliamento del campo del 15 febbraio del 44, e il figlio Vincenzo, che dormiva con lui perse la gamba sinistra.

Dal 25 febbraio si decise di trasferire a Fossoli tutti gli Anglo- maltesi, ma la famiglia Ellul rimase a Roma, in viale delle Medaglie d’oro dove fu curato Vincenzo e dove nacque il sesto fratello.


Anche il ritorno a casa , fu lungo e faticoso . La cosa incredibile (!) è che dopo aver ripreso una vita e un’attività normale , la politica di Geddafi li portò di nuovo fuori dalla Libia e Concetta si trasferì in Canada.
in questa foto del 18 luglio 1944 già si era riconosciuto dall' Australia Joe Pace: è l'ultimo bimbo a destra vestito di bianco. La terza bimba in prima fila da destra è Antonia Ellul , la sorella della Signora Concetta

Un paesaggio senza memoria.

Il campo “Le Fraschette” di Alatri


un articolo di Angelica Stramazzi pubblicato in 

Anagnia Sito Web di notizie/media

 http://goo.gl/qL8vy7

24 luglio 2015  


Chi l’ha visto? Chi sa anche solo che esiste? C’è un lager nel cuore della Ciociaria, messo su ai tempi del fascismo, uno dei duecento funzionanti. La scoperta per la cronista che qui ne scrive, è avvenuta per caso. E si scuserà se l’emozione induce a tirare subito la morale: bisognerebbe portarci gli studenti delle scuole, e raccontarne la storia. Per capire a che cosa porti il totalitarismo, e come esso sia esasperato nei suoi frutti malati dalla guerra: la memoria tastata con le mani e con gli occhi è educazione alla libertà.

La storia comincia un sabato pomeriggio di primavera. Userò la prima persona singolare per ragioni biografiche ed esistenziali: non saprei trattare asetticamente il senso di stupore per l’ignoranza indotta dal possente potere dell’occultamento del male. Ne sono testimone diretta e protagonista involontaria. In trent’anni, avendo sempre vissuto a pochi chilometri da quel vasto orrore, non avevo mai letto né udito dell’esistenza di quella realtà concentrazionaria.
Quel sabato dunque sento quel nome: “Le Fraschette” di Alatri, il lager delle Fraschette. Un nome così gentile associato al filo spinato. Il luogo di questa rivelazione è il Museo Vivo della Memoria di Colle San Magno, un piccolo paese in provincia di Frosinone, poco distante da Pontecorvo.
La curatrice del museo parla di un campo di concentramento fatto costruire dal regime fascista con lo scopo di internare i dissidenti del regime, tutti coloro che contrastavano la figura di Benito Mussolini. Resto di stucco: Alatri si trova a pochi chilometri di distanza dal paese in cui vivo, Serrone; eppure, mai saputo.


Riesco ad incontrare Peter Zagar, figlio di Josef Cirillo Zagar, uno dei tanti prigionieri del campo, deceduto nel febbraio del 2010. Scambio qualche chiacchiera con lui nel piccolo bar di Piazza Maggiore ad Alatri, poco prima di dirigerci all’interno della biblioteca comunale. E’ un caldo pomeriggio di inizio estate e la prima cosa che mi colpisce di Peter sono i suoi grandi occhi chiari, testimoni di un passato difficile da dimenticare.
«Pochi anni dopo l’inizio del secondo conflitto mondiale – mi spiega Peter – mio padre è stato messo su un treno che, dall’Alta Italia, ha impiegato tre giorni per arrivare al campo di Alatri. In questi tre giorni, il treno non si è mai fermato e tutti coloro che dovevano fare dei bisogni, dovevano farli nei vagoni. Queste persone sono state trattate come degli animali; anzi, peggio degli animali. Una volta arrivati alle Fraschette, mio padre e gli altri suoi compagni di viaggio hanno trovato un territorio completamente recintato; in ogni piccola cameretta, venivano sistemate dalle quattro persone in su. Era impossibile lasciare incustoditi i propri effetti personali perché non esisteva un sistema di controllo che impediva che gli oggetti di valore non venissero rubati.
Così, appena i prigionieri potevano allontanarsi un po’ dal campo, cercavano di sotterrarli facendo delle buche per terra con il tacco della scarpa. Mio padre mi raccontava che non ti potevi fidare di nessuno perché ogni persona era portata alla disperazione e tutto diventava una mera questione di sopravvivenza».
Bisogna vedere però. Arrivo alle Fraschette insieme a Peter, a Marilinda Figliozzi, per anni in forze all’Ufficio Cultura del Comune di Alatri e al giornalista Pietro Antonucci. La strada che porta al campo è un lungo sentiero di campagna ben sterrato, rettilineo, con poche curve che costeggiano verdi appezzamenti di terreno. Decidiamo di entrare attraversando un’entrata secondaria perché quella principale risulta chiusa, o perlomeno viene aperta solo in determinati giorni dai Vigili del Fuoco.

La prima cosa in cui ci imbattiamo è la chiesetta diroccata, usata dagli internati per sentir messa e per far sì che i bambini presenti alle Fraschette potessero ricevere la prima comunione.
L’aspetto religioso di questo campo di Alatri non è certo da sottovalutare: quello delle Fraschette, oltre ad essere l’unico dei duecento lager italiani fatti costruire dal fascismo ad essere rimasto parzialmente in piedi, è anche l’unico campo di concentramento in Italia ad aver avuto l’assistenza di un gruppo di suore, le “Giuseppine di Chambery” di Veroli, provincia di Frosinone. Un ruolo particolarmente importante è stato svolto in tal senso da madre Mercedes Agostini, il cui diario resta a tutt’oggi uno dei documenti più interessanti attraverso il quale poter ricostruire la quotidianità del campo. «Sua Eccellenza, il Vescovo di Alatri mons. Facchini – si legge in questo diario – uomo infaticabile e pieno del più ardente zelo apostolico, parlando con la nostra Superiora di Veroli del campo di concentramento a Le Fraschette di Alatri, mostrò tutto il suo dolore poiché vedeva ben 5.500 internati tra cui un numero rilevante di bambini senza quell’assistenza di cui avrebbero avuto estremo bisogno. La mortalità nel campo, specialmente tra i piccoli, era grande. I fanciulli infatti erano privi di ogni cura e lasciati per tutta la giornata in balia di se stessi. La ristrettezza delle baracche induceva le mamme a spingerli fuori».
Qui stavano in 5.500! Di quelle baracche di cui parla madre Mercedes oggi restano ruderi: qualche capannone semidiroccato che sta resistendo con grande fatica alle intemperie e alla neve che, spesso e volentieri, imbianca queste zone della Ciociaria in inverno. E’ possibile inoltre scorgere ciò che resta di quella che forse era una cucina ma forse no, poiché, come mi spiega Marilinda Figliozzi, l’esistenza o meno di una cucina all’interno del campo è parecchio discussa. Le Fraschette era dotato di una infermeria, di una biblioteca e, strano a dirsi, addirittura di una piscina! Propaganda o verità, quest’ultima? Di certo l’igiene era talmente problematica, come scriveranno gli stessi occupanti tedeschi, che doveva essere una specie di pozza delle malattie.

Tornando alla vita spirituale all’interno del campo, sempre madre Mercedes nei suoi scritti ricorda che le due figure di riferimento degli internati erano il vescovo Facchini e il cappellano padre Goffredo Anfussi. «Mons. Facchini – scrive la Agostini – considerò gli internati cuore del suo cuore. Dio solo sa il lavoro, le lotte che dovette sostenere per tutelare i diritti degli internati, per difenderli dai soprusi, per dar loro aiuti materiali e morali. Le sue visite al campo erano frequenti; spesso veniva a piedi, non badando al freddo, al caldo, alla pioggia. […] Il Padre cappellano del campo era Padre Goffredo. Il Padre, così era chiamato, fu tale non solo per i tripolini, ma per ogni altro membro del campo. I 5.500 internati furono tutti considerati come suoi parrocchiani amatissimi. I sussidi in denaro ottenuti personalmente a Roma e sollecitati con lo scritto raggiunsero qualche centinaio di migliaia di lire. Egli conosceva i bisogni di tutti e tutti adeguatamente soccorreva. Il Padre aveva adottato il principio di Don Bosco, quello cioè di non tenere mai in ozio. Solo così ebbe dei giovani esemplari in tutto, e di cui le famiglie erano orgogliose. Nella baracca-chiesa si svolgevano le funzioni, come in una parrocchia in efficienza».


Conservare la memoria, anche del male, è un dovere. Aiuta a capire, ad evitare il suo ripetersi, come un monito.
Non è facile del resto ricostruire il fenomeno dell’internamento italiano durante il secondo conflitto mondiale. Esistono opere di storici ad esso dedicate, ma non godono di alcuna risonanza fuori dal ristretto mondo degli accademici.  Per capirne di più, andrebbe divulgato il volume di Alessandra Kersevan Lager italiani.
Ma fermiamoci al campo delle Fraschette, per intanto.
Esso cominciò a funzionare nel luglio del 1942 quando venne realizzato un primo nucleo abitativo in cui poter ospitare all’incirca mille persone.
Per due anni, fino quindi al 1944, il campo è a tutti gli effetti un vero e proprio campo di concentramento. Il 7 gennaio 1944 – come ricordano Mario Costantini e Marilinda Figliozzi nel loro libro Le Fraschette di Alatri: da campo di concentramento a centro raccolta rifugiati e profughi, ad oggi unico testo completo in grado di ricostruire le vicende del campo – il capitano e comandante di Alatri, Schumacher, scrisse al Direttore del campo durante il conflitto: «Il campo di concentramento nelle sue attuali condizioni non è sopportabile nell’interesse dell’esercito germanico per la difesa dell’Europa e del mantenimento della sicurezza e dell’ordine delle retrovie. L’approvvigionamento alimentare degli internati è in parte deficiente, sia per mancanza di organizzazione provinciale, sia per la effettiva mancanza di viveri. In seguito alla mancanza di cure mediche e allo scarso nutrimento, come pure alla deficienza di igiene, è prevedibile fin da ora che il campo diverrà fonte di epidemie e malattie, ciò che costituirebbe un grande pericolo oltre che per la popolazione, per le Forze Armate germaniche. In considerazione di ciò, Vi prego di sollecitare presso i Vostri superiori lo sgombero del campo».
Il campo è stato dunque utilizzato in vari modi nel corso dei decenni. Quello che tanti ad Alatri – ma non solo – ricordano è un utilizzo successivo alla fine del secondo conflitto mondiale, ossia il centro raccolta profughi che ospitò centinaia di persone che chiedevano all’Italia una sistemazione abitativa e un lavoro, per ricominciare una nuova vita. Tuttavia, il fatto che si parlasse delle Fraschette come di un centro raccolta profughi e rifugiati ha fatto sì che in qualche modo si occultasse la primaria vocazione del campo stesso, quello cioè di essere un campo di concentramento fatto erigere dal regime fascista di Benito Mussolini. Questo ha comportato, di conseguenza, un disinteressamento delle istituzioni, soprattutto nazionali, ad investire su questa realtà affinché potesse emergere nel corso di questi anni un pezzo di memoria condivisa, ad uso soprattutto delle giovani generazioni.
Non è un caso che solo negli anni Novanta si ricomincia a scoprire la vera storia del campo, cioè la storia – come ricordato nella prefazione del libro di Costantini e Figliozzi – «di un villaggio baraccato nato per ospitare prigionieri di guerra e che finì poi per diventare un campo di concentramento nel corso della seconda guerra mondiale». In tal senso, si comprendono i ripetuti appelli degli storici locali e di tutti coloro interessati a tutelare ciò che resta del campo alle autorità politiche, in primis quelle regionali, affinché ciò che resta delle Fraschette non venga del tutto distrutto dalle intemperie e dall’incuria umana.
Mentre mi aggiro per il campo, tra rovi e sterpaglie noto qualche innocente capretta che bruca un po’ d’erba; qua e là, su ciò che resta dei muri che un tempo delimitavano le camerette degli internati, emergono le scritte di qualche vandalo o di chi non si rende conto – si spera – di violare con la sua volgarità un luogo reso sacro dalla sofferenza. Tutto intorno, resti di gomme di automobili, pezzi di vetro, bottiglie vuote ed altra immondizia.
Mi ripete Peter che «noi possiamo far diventare questo campo ciò che vogliamo, un parco, un museo: è solo una questione di volontà. Campi di concentramento come Auschwitz, Mauthausen, Bergen-Belsen, Treblinka sono conosciuti in tutto il mondo e le persone che ci vivono intorno non hanno aspettato che qualcuno agisse al posto loro; si sono dati da fare. Proprio quello che dobbiamo fare noi: serve un immediato coinvolgimento della Regione Lazio o del ministero dei Beni culturali o della Difesa perché il campo sta cadendo a pezzi offendendo chi ci ha patito».
Stiamo perdendo tutto, non perdiamo la memoria e ciò che può sostenerla.

Angelica Stramazzi

Bibliografia di riferimento:
Alessandra Kersevan, Lager italiani. Pulizia etnica e campi di concentramento fascisti per civili jugoslavi 1941-1943, ed. Nutrimenti, 2008.
Mario Costantini-Marilinda Figliozzi, Le Fraschette di Alatri: da campo di concentramento a centro raccolta rifugiati e profughi.

  

martedì 14 gennaio 2014

"le Fraschette" campo di internamento 

per "stranieri indesiderabili" e rifugiati


Il  Campo Fraschette dopo la guerra  ricostruito , con lunghe baracche in muratura e delimitato da una muraglia con torrette perimetrali e torri centrali di guardia. Era dotato di uno spaccio, dell’infermeria, di una biblioteca, dell’ufficio postale, della chiesa e perfino di una piscina.

Le testimonianze di internati trasferiti da altri campi e i ricordi di alcuni poliziotti in servizio affermano che era pulito, ordinato, ben curato dal personale di guardia e da alcuni internati che collaboravano nella pulizia, nella manutenzione e nella cura del verde. Tutto ciò traspare anche dall’unico e breve filmato della “Settimana Incom” del 17 marzo 1949 intitolato “Alatri il Campo dei profughi delle Fraschette”. 


Ma al suo interno doveva essere rispettata una rigida disciplina, su cui vigilavano i poliziotti  armati sempre di guardia.
Nelle Istruzioni di Polizia Militare in data 16 settembre 1947, (Busta 88, Fasc. 69), è riportato che nessuno estraneo poteva accedere al Campo se non con speciale autorizzazione, gli internati non dovevano aver contatti con borghesi se non per giustificati motivi, il corpo di guardia doveva essere sempre saldamente presidiato. Nella notte gli internati dovevano essere rinchiusi nelle camerate, se trovati fuori camerata e il loro aspetto mostrava intenti aggressivi si poteva far fuoco.
Un rapporto del 15.8.1947 inviato dall’Ispettorato Guardia di Pubblica Sicurezza del Min.Interno all’Ispettorato Generale del Corpo GG.P.S., riferisce che a Fraschette vi erano 127 agenti, tutti armati di moschetto mod. 1891 e con in dotazione anche 10 mitra Beretta e 2 mitragliatrici. Non tutti gli uomini avevano in dotazione la pistola, e anche le munizioni erano scarse.

In tale contesto si registravano, però, forti tensioni tra la popolazione e i poliziotti, come riportato nel rapporto del 19.8.1947 a firma del tenente di P.S. Welko Carbonetti che descrive gli incidenti tra agenti in libera uscita e alcuni cittadini di Alatri (compresi il sindaco e il vicesindaco).  
Nonostante ciò molti agenti si sono integrati, hanno fatto amicizia,  si sono sposati, e si sono stabiliti in Alatri.

Sugli internati, invece, i ricordi degli abitanti di Alatri sono molto vaghi e incerti, vi è memoria solo degli “apolidi” che a piedi raggiungevano Alatri avvolti dai loro lunghi pastrani neri. Ma il campo, ad esempio nel novembre del 1947, ospitava 13 greci, 8 francesi, 2 finlandesi, 3 egiziani, 3 di Danzica, 1 danese, 1 colombiano, 1 cinese, 35 cecoslovacchi, 3 brasiliani, 4 bulgari, 1 boliviano, 3 belgi, 54 austriaci, 7 americani, 15 altoatesini, 20 albanesi, 1 abissino, 1 honduregno, 3 inglesi, 3 iraniani, 3 libici, 3 lituani, 2 norvegesi, 4 olandesi, 2 ebrei, 80 polacchi, 1 portoghese, 27 romeni, 2 siriani, 40 sovietici, 19 spagnoli, 1 svedese, 17 svizzeri, 10 turchi, 50 ungheresi, 150 iugoslavi (serbi, croati e giuliani). I tedeschi erano infine 698.
Alla fine degli anni quaranta al Campo c’era un viavai di delegazioni straniere, Fraschette era al centro dell’attenzione e di esso si parlava sui giornali, in Parlamento e nel Consiglio Comunale.Anche Don Capone ricorda la dura disciplina mantenuta giorno e notte da militari armati che vigilavano per evitare fughe, per questo il Campo era protetto da reticolati di filo spinato e diviso a metà da un lungo muro che separava il “Campo1”, destinato ai più pericolosi, che non potevano uscirne mai, dal “Campo 2” destinato a internati a cui  era  consentito anche di uscire e raggiungere il centro abitato.



Nella primavera del 1950 la diplomazia italiana era stata chiamata ad affrontare il problema degli internati tedeschi rimasti nei campi di Fraschette e di Farfa Sabina. La stampa tedesca aveva pubblicato numerosi articoli in cui i due campi erano descritti come veri e propri lager in cui venivano gettati cittadini germanici incolpevoli, sottoposti senza ragione a violenze e privazioni materiali. Tali notizie avevano prodotto un certo turbamento nell’opinione pubblica.
In mancanza di una regolare rappresentanza diplomatica a Roma, il governo tedesco avviava i primi passi presso le autorità italiane attraverso una propria persona di fiducia in Italia. La scelta tedesca cadde sul conte Giovanni von Planitz, che nel maggio 1950 fu accreditato presso il Ministero dell’Interno e della Difesa della Repubblica italiana come “Incaricato speciale del Governo tedesco federale”, con l’incarico di responsabile della cura degli interessi degli internati tedeschi in Italia. Avvocato di origini tedesche, ma ufficiale in congedo dell’esercito italiano, il conte Von Planitz aveva iniziato ad operare fin dall’inizio dell’anno per il rimpatrio dei cittadini germanici internati a Fraschette.

Nello stesso periodo (inizio degli anni 50) quando l’I.R.O. (International Refugee Organisation) stava chiudendo i propri campi cominciarono ad arrivare i polacchi, cecoslovacchi e ungheresi di origine tedesca espulsi dai rispettivi paesi, nonché un nuovo flusso di oppositori dei regimi comunisti. Nei campi d'internamento sotto l'amministrazione italiana passarono moltissimi ustascia e militari austro-germanici, che nel tempo godettero dell'assistenza di monsignor Hudal e di padre Draganovic.
 
 Il direttore del Comitato austriaco della Pontificia Commissione Assistenza, Mons. Halois Hudal prestò particolare attenzione al problema degli internati austriaci e tedeschi raccolti nei campi di Alatri e di Farfa Sabina. Nell’agosto 1947, scrisse al Ministro dell’Interno Mario Scelba per condannare le condizioni in cui si trovavano gli internati e, pur dichiarandosi convinto che le autorità italiane avessero fatto il possibile, suggeriva però di trasferire i prigionieri tubercolosi, di separare i ragazzi di 15-16 anni dagli uomini, di soccorrere quelli provenienti dai Sudeti, abbandonati da tutti, e anche di integrare  il cibo. 
 Nell’ottobre successivo si rivolse ai propri superiori in Vaticano per perorare il rimpatrio dei prigionieri dai due campi. Nel marzo 1949 Hudal aiutò con denaro l’SS-Sturmbannführer Borante Domizlaff, processato e assolto nel luglio 1948 nel processo Kappler, e internato poi a Fraschette (“Inchiesta sulle cause dell’occultamento di fascicoli  relativi a crimini nazifascisti”  istituita con legge 15 maggio 2003, n. 107)
Quando il Pontefice autorizzò la formazione della Pontificia Commissione Assistenza per i profughi, gli fu affidata la direzione del comitato per gli austriaci, attivo sino al 1950. Poiché questi ultimi erano poco numerosi, continuò a occuparsi anche dei tedeschi imprigionati nei campi di Fraschette e di Farfa. In proposito premette sull'American National Catholic Welfare Conference e sulla Segreteria di stato vaticana per ottenerne la liberazione. L'episcopato tedesco e la stampa italiana lo accusarono  apertamente di adoperarsi per liberare criminali di guerra come Kappler e Reder, da lui ripetutamente visitati.
Padre Stjepan Draganovic si interessò di far partire i propri compatrioti croati, invocando il loro integerrimo anticomunismo. Ancora nel 1951 trattava con le autorità di polizia per far imbarcare a Genova 150 croati, che voleva mandare in Bolivia.
Nel libro “Edoardo Facchini”, Don Giuseppe Capone, che a quel tempo sostituiva il cappellano militare, lo ricorda perfettamente”: “…Un sacerdote croato che si diceva essere perseguitato da Tito, contro il quale aveva scritto un ben documentato libro “Tito senza maschera”, una sera si era presentato in Seminario per passarvi la notte: era atteso – mi diceva – al Campo Fraschette alle ore antelucane del giorno successivo. Mi pregò di tenere segreta quella venuta, perché poi mi avrebbe spiegato. (…) Era il padre Krusnoslav Stjepan Draganovic., mons. Facchini lo aveva conosciuto quando si prodigava per i Croati del precedente campo e disse che forse veniva ancora per i suoi compatrioti, ma questa volta per visite di tutt’altro tipo. (…) Quella mattina rinunciai a capire ,(…) oggi però viene fuori che a fare la spola da Genova a Roma , tra un ufficio aperto in Albano tra la delegazione argentina e gli uffici romani della Croce Rossa per procurare documenti falsi c’era il P. Draganovic sulla cui attività a favore dei criminali di guerra il Secolo XXIX ha pubblicato il testo del rapporto del Foreign Office nel quale si dice che il prete, definito la mente che sta dentro l’organizzazione ustascia in Italia, interveniva ripetutamente e vigorosamente al quartier generale della Croce rossa Internazionale di Roma nel tentativo di influenzare la graduatoria dei profughi croati.(…). E sembra che al Dott. Draganovic siano stati accordati strumenti di natura officiosa che gli consentivano di recarsi di persona ai campi per consultare i vari leader ustascia” ( Adista n° 65 , 20 settembre 2003).(…)Padre Draganovic, venne anche una seconda  e terza volta, con lo stesso rituale e la stessa segretezza.”

Negli anni 1953-1955 diminuì notevolmente il numero di internati tedeschi mentre non risultano presenti internati austriaci, ma aumentò la presenza di “profughi d’oltre Cortina”. Nel 1956 infine gli Iugoslavi erano ben 464 su 615







dal libro "le Fraschette di Alatri da campo di concentramento a centro raccolta rifugiati e profughi" di Costantini e Figliozzi

Con preghiera di citare la fonte in caso di utilizzazione del testo