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martedì 26 aprile 2016


I PROFUGHI ITALIANI     1960- 76     ricordi     

Wanda Arnone racconta    


Il mio arrivo in Italia


Arrivammo a Napoli con la nave " Campania Felix" partita dal porto di Tunisi ( La Goulette) nel pomeriggio del 6 luglio 1966.

 Era l'8 luglio quando dopo ore di attesa alla stazione ferroviaria di Napoli, ci caricarono su un treno destinazione " FROSINONE". Un autobus ci aspettava alla stazione e ci dissero che da li a poco, saremmo arrivati al Alatri e precisamente al Campo Profughi de Le Fraschette. 

Io, avevo solo 14 anni e non vedevo l'ora di conoscere l'Italia, il paese dei miei nonni e come tutte le ragazzine della mia età ero euforica e diciamolo pure felice di affrontare questa nuova vita e di conoscere la nostra amata Patria, tanto decantata dai miei genitori. Ero ancora ignara di tutto quello che mi aspettava.


Avevamo lasciato una bella casa su due piani, luminosa, con servitù e tutti i conforts,unacasa che mio padre aveva fatto costruire prima che io ( l'ultima di tre figlie) nascessi, e fu veramente sconvolgente il primo impatto quando ci assegnarono la nostra stanza in un padiglione ( se mi ricordo bene il primo a sinistra dell'ingresso principale)

Una camera buia, umida, squallida con tre letti, un tavolo, tre sedie. 

Ci furono assegnate tre coperte del tipo grigio-verdi militari e una coppia di lenzuola a testa, marchiate con un timbro nero, segno di riconoscimento del Campo.

Il tutto doveva essere restituito rigorosamente al momento di lasciare il campo.

Mi scordavo della stuffetta appesa al muro per i giorni freddi, per non parlare dei bagni,un unico lavandino di cemento grigio che serviva per tutti gli usi senza acqua calda naturalmente.

Non potrò mai scordare il viso di mio padre, appena entrato in quel luogo che doveva essere la nostra futura dimora. Si sedette su un letto e grossi lacrimoni gli scorrrevano sul viso e ripeteva in continuazionen "dove ci hanno portato", il viso fra le mani, si disperava.
Premetto che non avevo mai visto mio padre piangere, era una persona gioviale, allegra e sempre sorridente, poi si ammutolì completamente e credo che quella prima notte, nessuno di noi chiuse l'occhio


Dopo due giorni del nostro arrivo al campo, mio padre fù ricoverato all'ospedale S. Benedetto di Alatri per complicazioni polmonari.
Con il passare dei giorni le sue condizioni non miglioravano e fu trasferito all'ospedale Civile di Frosinone, quando il 10 Agosto, ad appena un mese dal nostro arrivo, ci anunciarono con un megafono dalla direzione del Campo di andare con urgenza all'ospedale di Frosinone. 
Suo padre mi dissero, si è aggravato, è meglio che andate subito.
Ho avuto un brutto presentimento. 
Mia madre aveva difiicoltà a camminare per una gamba colpita da flebite e per fortuna trovammo un passaggio in macchina e come già prevedevo, il babbo non c'era più. 
Sul suo commodino trovammo una lettera scritta di suo pugno in francese e che conservo ancora gelosamente. Sto meglio diceva e ci aspettava al più presto. 
Dopo la sua scomparsa, la piccola che ero io si dovette rimboccare le maniche. Mia madre andò in depressione totale e praticamente gli dovetti fare io da mamma, procurandogli il cibo che offriva il convento. Ogni mattina, mezzogiorno e sera, con qualsiasi condizione climatica anche sotto la pioggia, ci mettevamo tutti in fila indiana davanti alla cucina per ritirare la razione di cibo. Mi ricordo a parte pasta e minestra, ci toccava spesso per secondo 1 fetta di mortadella, 1 formaggino Galbani, invece la domenica un quarto di pollo arrosto per uno, era festa.

martedì 19 aprile 2016


CORRISPONDENZA IN PARTENZA DAL CAMPO FRASCHETTE NEGLI ANNI  CHE VANNO DAL 1948 AL 1960




5 aprile 1950
 "cartolina di gruppo"
indirizzata alla  Sig.ra Pacsai Katalin
 Veszprémvarsány Veszprém megye (contea di Veszprém) 
Ungheria





 Szeretettel gondolok Rád , Pista  (oPiroska?)
 Ti sto pensando con affetto   Pista
.............
 sokszor es szeretettel csokol,Tőke László 
tanti baci affettuosi - Tőke László 
........... 
 
 Sok szeretettel, mint ismeretlen ,Baráth János 
"Saluti con tanto amore, da uno sconosciuto - János Baráth"
forse gioco di parole, perché il cognome é Baráth - che si pronuncia barát (amico),  
............

 poi c'é la firma anche di un certo  Árvay Ferenc 

 
doverosi ringraziamenti a:

Renzo Reggi che ha fornito copia della cartolina

ad Agnes Preszler e a Antonio Coletta e al suo amico Gergo Rodonyi 
per la traduzione



giovedì 7 aprile 2016

mercoledì 6 aprile 2016

Storie di profughi 
1946- 1960 

Si procede con lentezza a Fraschette di Alatri


A Fraschette di Alatri esiste un campo di raccolta per i profughi stranieri e naturalmente molti giuliani
 (quelli venuti via dalle loro terre senza il placet di Tito e nei modi più avventurosi--con barche o
 attraverso il filo spinato rischiando più di tutti e perdendo più di tutti) .
È logico che la polizia italiana tenga sotto sorveglianza polacchi, russi e via di seguito; e logico pure che
 controlli quei giuliani e dalmati che arrivano in questa parte dell'Italia senza avere le carte in regola.
Ma tra la raccolta e di concentramento passa una bella differenza. Anche se quel campo e detto di
 raccolta in sostanza non lo è. Nessuno può avvicinare i ricoverati neppure la stampa; mentre per gli
 stranieri quelli veri si arriva a ben incomprensibili agevolazioni.
Controllare va bene tenere sotto sorveglianza pure ottimo; ma perché a questi disgraziati non è data la
 facoltà di mettersi in contatto con quanti riconoscono e solo in Italia; perché la polizia non chiede
 informazioni ai comitati giuliani; perché il disbrigo delle pratiche procede tanto lentamente?.eppure molti
di questi hanno optato regolarmente per l'Italia.
 Sono cittadini italiani di fatto e di diritto.
Molti sono fuggiti dalla Jugoslavia perché le loro domande d'opzione sono state respinte da quelle
autorità che da loro non rimaneva altra via che la illegalità per poter godere della libertà e vivere nella
loro patria; molti hanno regolarmente optato in Italia; altri hanno optato in Jugoslavia ma non sono in
 grado di dimostrare il fatto con documenti. Perché la polizia non lavora? .Ci sono tante lire per
 conoscere la verità. Due di questi: Cosich Giovanni e Dugina Elio (già marinaio sulla Vittorio Veneto)
sono stati mandati in missione in Jugoslavia dagli americani ancora durante la guerra e quali partigiani;
 da quel paradiso sono potuti fuggire e il nero non hanno trovato qui molta differenza. Altri come Murgich
 Giuseppe ad esempio sono stati valorosi combattenti in grigio verde. Nella maggioranza si tratta di
italiani della provincia di Gorizia molti poi sono di fiume delle isole della Dalmazia.
Se questo trattamento dipende dalla direzione del campo sarà bene che il governo intervenga; se
esistono superiori disposizioni sarà opportuno allora che siano compiuti passi direttamente in alto.
 È ingiusto che nostri fratelli - ripetiamo che la polizia ha ragione di andare cauta - abbiano un simile
 trattamento. E se sarà necessario ritorneremo più diffusamente sull'argomento

dall'Arena di Pola del 30 marzo 1949



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Le peripezie di un profugo istriano

Ho letto con interesse le vicende di Antonio Rebaudengo che, negli
anni dell'ultima guerra mondiale, fu arrestato e internato in campi di
detenzione con altri 700 italocanadesi. Vorrei anch'io raccontare la mia
storia, amara e in parte simile alla sua. Sono nato a Rovigno, un paese
dell'Istria, e sono rimasto cittadino italiano fino al 1945, divenendo forzatamente
"jugoslavo" dopo il passaggio dell'lstria alla Jugoslavia.
«Fui, però, subito dichiarato nemico del popolo perché non accettai l'ideologia
comunista. Era come una condanna a morte e quindi, il 22
febbraio 1949, scappai con altri tre compagni da Rovigno con una barca
di quattro metri. Avevo 23 anni, e quindi il coraggio d'intraprendere
quel rischio. Ci raccolse, in mezzo all'Adriatico, un motopeschereccio
italiano, e una volta sbarcati raggiungemmo il campo profughi di Udine.
La nostra triste disavventura incominciò proprio da quel campo. Ci
fermarono degli agenti e, nonostante la presentazione del nostro caso e
la domanda di spiegare al direttore del campo-profughi la nostra situazione,
ci arrestarono come dei criminali. Scrissi subito a mio fratello,
padre Emilio Zivis, francescano conventuale residente allora a Padova,
il quale, giunto subito a Udine non ebbe il permesso di vedermi. Dopo
nove giorni, ci trasferirono a Venezia, ammanettati e in carri bestiame,
e ancora una volta non permisero a mio fratello frate d'incontrarmi. Seguirono
45 giorni di trasferimenti da una prigione all'altra: da Venezia
a Bologna, Firenze, Roma, fino ad Alatri, dove finalmente potei fare
una doccia! Dalla Jugoslavia mi arrivò la notizia che avevano arrestato
mia madre, due sorelle e un fratello per rappresaglia, e che erano stati
condannati a tre mesi di lavori forzati. Questo era il comunismo! «Trascorsi
sette anni e sette mesi di prigione, conosciuto come "numero
3688", sbattuto da un campo profughi all'altro, senza il riconoscimento
della mia particolare situazione nonostante le mie richieste e gli scioperi
della fame per il pessimo trattamento. Quando uscii di prigione,
con la qualifica di "apolide" pesavo 45 chili. Negli ultimi due anni, mi
permisero di visitare mia madre, che nel frattempo era stata trasferita
nel campo profughi italiano di Latina. Ma anche in quell'occasione, dovevo
sempre presentarmi all'Ufficio Stranieri. Si era interessato del
mio caso anche il Generale dell'Ordine dei Francescani Conventuali,
che presentò la mia domanda di riacquisto della cittadinanza italiana;
ma quel prezioso documento che mi avrebbe salvato da tante umiliazioni,
arrivò otto anni dopo, quando non ne avevo più la necessità.
Uscito, infatti, dalla prigione, emigrai negli Stati Uniti dove, trascorsi
cinque anni di residenza, il giudice, dopo che avevo giurato d'osservare
le leggi del Paese, mi diede la mano dicendomi: «Sei cittadino
americano!». Un gesto e un riconoscimento che contrastano con la perdita
di libertà e l'internamento in un campo di detenzione subiti, negli
anni dell'ultima guerra, dall'italocanadese Antonio Rebaudengo, e dalle
amare incomprensioni e crudeli trattamenti che io ho sofferto in Italia
in anni di pace».
NICOLA Zivis

Dall’Arena di Pola  del 30 novembre 2006

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“Le Fraschette” 18 agosto 1948

Dimenticati in questo posto, ti mandiamo i saluti dal profondo del cuore, anche a tutti quelli che non mancano di attenzioni verso di noi.
Vi bacio con affetto

Hysni Sharra




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 Isidoro Marsan, profugo borgherizzano italiano e 

    campione di pallacanestro in casa e a Cantù



Isidoro Marsan è alto e magro. Proprio come veniva indicato cinquant’anni fa, quando giocò a pallacanestro, ad alti livelli, in quella Zara postbellica che era stata la culla del basket in Jugosla­via e poi a Cantù, luogo sacro per i cestisti italiani e che tale è diventa­to proprio con l’avvento di Marsan. Lo conferma anche il sito ufficiale della “Pallacanestro Cantù” in cui si legge: “..con la riconquista del­la serie A nel ‘56, (con Marsan in panchina n.d.r.) si apre un capitolo nuovo per la storia del basket can­turino: in società entra la famiglia Casella ...allenatore resta lo zaratino Marsan”
“Alto e magro”, nel caso di Marsan, erano aggettivi che di­ventavano metafora di uno che sotto canestro ci sapeva fare; era­no complimenti, complimenti che valgono anche oggi per un signo­re di 83 anni, elegante e distinto, che non ha voluto mancare al re­cente Raduno dei Dalmati a Bel­laria (Rimini). Ce lo ha indicato Walter Matulich, uno che pur vi­vendo tra le nebbie lombarde porta la Dalmazia ben stretta nel cuore. “Nel secondo dopoguerra”, ci ha raccontato Matulich, “Marsan si distinse come operatore sportivo - “ante litteram”. Atleta poliedri­co, diede lustro, soprattutto, alla pallacanestro zaratina, nei ruoli sia di giocatore sia di giocatore-alle­natore. Vi gettò le basi del basket moderno, allevò con cura amore­vole, quasi paterna, una generazio­ne ispirata di ragazzotti, destinati a far conoscere all’universo mondo il nome della città dalmata. Uno su tutti: Pino Gjergja, suo allievo pre­diletto. Fa tenerezza, oggi, vederli passeggiare insieme, in Calle Lar­ga, a Zara, allievo e maestro, tessitori e testimoni di amicizia e soli­darietà: incanto di passioni che di­vidono le angosce a metà”.

La convinzione che Isidoro Marsan sia certamente un perso­naggio da presentare ai nostri letto­ri, si è rafforzata quando Matulich ci ha raccontato altri dettagli: “Nel 1953, in tournée” a Vienna con la squadra, Marsan decise di non rien­trare a Zara. Scelta alla quale lo in­dussero le “attenzioni” e le piace­volezze che il regime si piccava di ammannirgli. Agguantò allora l’Ita­lia e vi dimorò per cinque anni. Ec­celse, altra volta, nella duplice ve­ste di giocatore ed allenatore. Vis­se ramingo e solitario, fra Pavia, Cantù e Bologna per sbarcare, infi - ne, in Australia, ove tuttora risiede. Uomo modesto, schivo, integerri­mo, mai dimenticò o nascose quel che è stato ed è: - Borgherizzano ed Italiano”.

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Il 1953 è l’anno in cui si com­pleta l’esodo degli italiani dal­l’Istria, dal Quarnero e dalla Dalmazia. Se ne va anche lei, ma in circostanze diverse.
Nell’agosto del 1953 gli ameri­cani organizzarono a Vienna un tor­neo di 4-5 squadre al quale, accanto ad altre compagini austriache, par­tecipavamo anche noi di Zara. Ad un certo punto, all’improvviso, mio fratello Benito e Antonio Gjergja mi comunicarono che non aveva­no intenzione di tornare. Io, anche se non ero contrario all’idea, rimasi senza parole. Poi proposi di riman­dare il tutto al prossimo torneo al quale eravamo già stati invitati e che si doveva svolgere di lì a poco in Svizzera. Nel frattempo avrem­mo potuto parlarne con nostra ma­dre e avere tutti un minimo di ga­ranzia fi nanziaria, anche perché  mia madre, dopo la prigionia cau­sa l’anticomunismo, dipendeva dal mio stipendio. Loro non ne vollero sapere. In un bar incontrammo un tale di Bolzano che ci consigliò di rivolgerci ad un croato che a Vien­na si occupava dei casi dei profu­ghi. Vienna all’epoca era suddivisa in zone di controllo, ma di fatto era circondata dai russi. Con un’auto­mobile ci accompagnarono in una villa fuori città, una specie di cen­tro di raccolta profughi americano. Intanto la squadra non era rientrata a Zara, decisero invece di cercarci e si fermarono altri tre giorni. Il no­stro caso era diventato notizia. In quella villa, non so bene per qua­li canali, era venuto a cercarci per conto degli jugoslavi un tale Hor­vat che riuscì addirittura a parlare con me, ma io feci fi nta di essere spagnolo. Si teneva comunque ab­bastanza distante, perché gli ame­ricani gli dissero che avevo una malattia infettiva. In quella villa ri­manemmo una quindicina di gior­ni. Però la notte ci facevano dor­mire sempre in luoghi diversi, finché un giorno, con un piccolo ae­reo decollato proprio dalle rive del Danubio, ci trasferirono a Linz. Da Linz giungemmo nella piccola lo­calità di Asten dove c’era un cam­po per profughi dalla Jugoslavia. Lì mi sono trovato male, avevo paura perché c’erano tanti slavi e comun­que non mi fi davo. Così sono anda­to via, prima a Salisburgo, poi a In­nsbruck, dove ho acquistato un bi­glietto per Bolzano.
 Così raggiunse l’Italia.
Non fu così semplice. Eravamo senza documenti. Ci fecero scen­dere al Brennero, prima del confine, camminammo arrampicandoci per più di 25 chilometri. Superato il valico e arrivati a Vipiteno i carabi­nieri ci prelevarono e ci condussero a Bolzano. Ci fecero fare tre gior­ni di prigione, interrogatori a non finire perché c’erano ancora in cir­colazione tanti profughi e ricerca­ti tedeschi. Quando ci lasciarono, un carabiniere di Bolzano, al qua­le probabilmente facemmo pena, ci diede una lettera raccomandandoci di non aprirla prima di essere arri­vati a Trento. Dentro c’erano tremi­la lire...

Vita molto dura nel campo profughi
 Dove andaste?
Al campo profughi a Fraschette d’Alatri in provincia di Frosinone, dove in realtà c’erano due campi, il numero 1 e il numero due. Lì la vita era molto dura.
 Come vi trattavano?
Non ci trattavano...
Quando ho conosciuto un Lus­signano e un tale di Curzola mi sono sentito meglio. In campo ho incontrato anche Zaratini qua­li Giuseppe Marussich, che stava già al villaggio giuliano dalmata di Roma. Dopo due mesi di per­manenza mi salvò la pallacanestro perché da Venezia e da Pavia mi chiesero di venire a giocare.
 E suo fratello e Antonio Gjer­gja?
Se ne andarono in Cile.
 E lei tra Venezia e Pavia scel­se...
Pavia, perché lì c’era Tullio Rochlitzer che aveva giocato con me a Zara e perché a Pavia, al con­trario di Venezia, mi avevano of­ferto pure un lavoro in fabbrica. Poi purtroppo non se ne fece nien­te per questioni di carte, cittadi­nanza o profuganza, non mi ricor­do più. Così decisero di vendermi al Cantù.


http://www.anvgd.it/index.php?option=com_content&task=view&id=3514&Itemid=144

ISIDORO MARSAN Nato nel 1925 a Zara, dove la sua famiglia, titolare di un negozio di generi alimentari, abitava in Borgo Erizzo. (...) Una biografia postbellica la sua, che per un po’ assunse anche i contorni della spy story. Avviato ad una promettente carriera nella squadra di pallacanestro della sua città, nel ‘53, durante una trasferta a Vienna e senza alcuna sua premeditazione, si trovò coinvolto nei progetti di fuga del fratello diciannovenne e di un suo amico coetaneo, militanti anch’essi nella formazione sportiva. Due ore prime della partenza per il rientro a Zara, usciti per fare un po’ di spesa, i ragazzi lo misero a parte delle loro intenzioni. Fra l’altro, non avevano alcuna intenzione di ottemperare ai quattro anni di leva nella Marina jugoslava. Vista la loro determinazione, Isidoro, che dall’alto dei suoi ventotto anni si sentiva responsabile dei due ragazzi, li seguì. Vennero presi in custodia dagli Americani che, contrariamente al parere degli Austriaci, li nascosero; di giorno in una villa, di notte in una caserma, fino alla partenza della loro ormai ex squadra. Seguì, con un piccolo aereo, il trasferimento a Linz in un campo profughi plurietnico. I giovani però credettero di intravvedere un delatore fra gli ospiti di una base jugoslava, esistente a sette chilometri dal loro comprensorio; ragion per cui presero il treno e la via della fuga verso l’Italia. Si diressero al Brennero, area che a Marsan, per i suoi trascorsi di studio, era familiare. Sprovvisti di passaporto però, a 40 chilometri dal confine furono fatti scendere da un controllore. A piedi raggiunsero Vipiteno. Fermati dai carabinieri e riportati al valico confinario, furono trattenuti due giorni per accertamenti. Dopo un altro interrogatorio a Bolzano, vennero mandati al campo profughi di Fraschette di Alatri, in provincia di Frosinone. Prima della partenza, un’anima buona donò loro tremila lire. Praticamente un girone infernale che raccoglieva tutti quelli che nessuno al mondo voleva fu la sgradevole ed angosciosa sistemazione per le prime settimane. Ne emersero con il trasferimento alla normale vivibilità del campo numero 2. Il fratello, dopo qualche mese, emigrò alla volta del Cile. Con lui anche l’altro ragazzo, compagno della movimentata avventura. (...)

da  "Protagonisti senza protagonismo - la storia nella memoria di Giuliani, Istriani, Fiumani e Dalmati nel mondo" di Viviana Facchinetti
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  • ANTONIO STANISSA nato nel 1934 a Torre di Parenzo (…) C’era miseria e non si vedeva un futuro. Antonio si barcamenava con un po’ di pescato. In tutta segretezza, in vista della chiamata alla leva, organizzò la sua fuga verso l’Italia assieme ad un cugino ed altri tre amici. Attesero il bel tempo e poi una sera partirono su di una battana, fingendo di andare a pesca. Volevano dirigersi verso Trieste, ma varie difficoltà, non ultimo il fatto di incrociare per ben due volte le imbarcazioni della milizia, li fecero arrivare alla foce del Tagliamento. Erano le 8.30 del 7 settembre 1954. Come bagaglio, soltanto gli indumenti che aveva addosso. Dopo una prima precaria sistemazione a Venezia, dove furono registrati come profughi, vennero trasferiti al campo di Fraschette di Alatri, in provincia di Frosinone. Un comprensorio alla ribalta sicuramente non per la sua fama positiva: accoglieva infatti gente di tutte la nazionalità e di varia provenienza, spesso anche violenta o con un pedigree non proprio immacolato. Bisognava vivere in allerta. Riuscirono a farsi trasferire nel reparto degli esuli giuliani. Un aggiustamento un po’ “migliore”: 60 in baracca, il vitto da andare a ritirare con la gavetta... "Come profughi non se podeva gnanche pretender certe robe. Bisognava considerar tuto e comportarse ben". (...)

martedì 17 novembre 2015




FABIO GALLUCCIO - I LAGER IN ITALIA


dal sito http://www.perdersiaroma.it/?p=1923

23OTT 2015



Fabio Galluccio ha la vocazione civil servant.
 In una versione “azionista” che però non ti fa pensare all’effetto retro. 
Tutt’altro. Anni fa ne ha dato segno, unendola alla passione storica 
e dell’inchiesta, in un libro che ebbe un successo sorprendente per
 un tema allora poco glamour: “I Lager in Italia” (nonluoghi libere edizioni).
 Ne ripubblichiamo un estratto dedicato ad Alatri e al campo di sterminio “Le Fraschette”.
 Un viaggetto con una sua verve civile irata. Che sta bene nel nostro sito sbieco. 
Alatri – Le Fraschette di Fabio Galluccio
Del campo di Alatri, probabilmente non avrei
saputo nulla, se non fossi andato a Carpi. Lí ho comprato
il libro «Un percorso nella memoria». Nella parte
che riguarda Ferramonti, Carlo Spartaco Capogreco,
una pietra miliare della ricerca che sto svolgendo,
parla di Alatri come di uno dei più grandi campi di
concentramento esistenti in Italia durante il periodo
fascista. Là, però, oggi non penso di trovare piú molto.
Non fa molto caldo e il tempo minaccia. Percorro
l’autostrada fino a Frosinone e poi salgo verso Alatri.
alatri2
Un paese affascinante e misterioso. Domina un colle.
Mura antiche e possenti. Con una rocca massiccia,
inespugnabile, dove lo sguardo si perde alla ricerca
dell’infinito. I monti Ernici accompagnano lo sguardo.
La cattedrale svetta sulle mura. Con una plasticità
elegante. Con una rivisitazione moderna, in parte
baroccheggiante. Nei giardini, mentre una sposa sale
le scale verso la chiesa, cerco di fermare la mia mente
e di godere la pace di questo sabato di un villaggio.
Un juke-box modernissimo suona una vecchia canzone
di Nada, «Giudizio universale», rivisitata da un
nuovo complesso italiano.
Entro in un piccolo chiosco-bar. Chiedo una birra
e compro una guida di Alatri. Come sempre, nessun
riferimento al campo. Chiedo alla signora del bar se
sa qualcosa. «Sì, mio marito si ricorda che alcuni prigionieri
venivano lasciati uscire per giocare a pallone.
Giocavano benissimo. Erano quasi tutti jugoslavi.
Può chiedere a qualche vecchio del luogo».
Sono abbastanza pessimista, ma non mi do per
vinto. Percorro i vicoli medievali. Scopro botteghe di
artigiani locali, ricavate da vecchie cantine. Scendo
verso il corso principale e poi risalgo. Mi si apre di colpo
la piazza di Santa Maria Maggiore. Due chiese le
fanno corona: quella da cui prende nome la piazza e
la chiesa degli Scolopi. Anche se dominano la piazza
i due palazzi civili, in particolar modo il municipio.
È ora di pranzo. Superata la piazza mi accoglie, in
un cortile, La Conca, un locale che mi invita a sostare.
Pranzo. Il ragazzo che mi serve a tavola mi vede
scrivere e mi chiede se sono uno scrittore. Magari! Gli
accenno della mia ricerca e gli dico che sono qui per
le Le Fraschette. «Ah sì, giù, verso Fumone. Da ragazzo
ci giocavo a calcio. Ora ci stanno costruendo l’ostello
della gioventù per il Giubileo. È stato abbandonato
per anni. Vi andavano ragazzi per drogarsi o
fare sesso. Ma nulla che ne ricordi la memoria. Ho
fatto l’istituto industriale, ma mi sono sempre interessato
di storia», mi risponde.
Penso che quel ragazzo, con le sue poche parole,
abbia costruito il vero monumento della memoria, cosa
che politici e amministratori non sono riusciti a fare
in più di cinquant’anni. A fianco a me altre persone
si incuriosiscono. «Mio padre – racconta un signore
con la barba che dice di ritornare dopo anni nel
suo paese – è stato costretto dai nazisti a costruire il
campo».
In realtà, il campo fu costruito dai fascisti molto
prima dell’occupazione tedesca. Apprendo che è stato
trasformato in un campo profughi dopo la fine della
guerra e che ha ospitato libici, egiziani, tunisini o
italiani residenti in quelle nazioni e cacciati da quei
paesi in periodi di forte turbolenza politica, fino agli
anni Settanta. Mi consigliano di visitare i dintorni,
soprattutto l’abbazia di Trisulti. Prendo il numero telefonico
del ragazzo cui prometto una copia della ricerca,
quando sarà ultimata.
lagercop
Con la macchina mi dirigo verso il campo. L’estensione
è enorme. Le baracche, pur in rovina, sono conservate
e si ha chiaramente l’idea di quello che dovevano
essere quando funzionavano. Mi colpisce il
cartello della Presidenza del Consiglio per i lavori di
costruzione dell’ostello: «Campo ex profughi». In effetti,
quella fu l’ultima destinazione del campo. Il cartello
dà una valenza positiva a qualcosa di orribile,
che è stato ideato per rinchiudere uomini.
Telefono sbalordito, indignato alla Fondazione Ferramonti.
Non trovo nessuno, ma lascio un messaggio
e il mio numero di telefono alla segreteria telefonica.
All’inizio del campo, in un piccolo piazzale, c’è
una grotta che custodisce l’immagine della Madonna
di Lourdes. Fra poco ci sarà una festa in suo onore,
come ogni luglio. Stanno pulendo. Il comitato organizzatore
della festa non vive giornate di concordia,
mi spiegano alcuni membri. Questa Madonna è stata
inaugurata dal senatore Andreotti. Penso, tra me e
me, che l’ex presidente del consiglio non ha voltato
la testa per guardare lo sconcio che c’era dietro. Saprò
poi che la Madonna fu trovata semisepolta nel
campo. Probabilmente era custodita nella chiesa che
fu costruita per i deportati.
Torno alla piazza Santa Maria Maggiore. Non posso
pensare che su questo campo non ci sia un testo,
qualcuno che abbia scritto, sintetizzato i ricordi, le
memorie dei deportati. Nessuno ha raccontato? Entro
in una libreria della piazza. Chiedo se qualcuno
ha scritto, parlato de Le Fraschette. «C’è pochissimo.
In realtà, fino a pochi mesi fa avevo un libro. Non mi
ricordo piú come si chiama l’autore», spiega il libraio.
Intanto mi parla degli ultimi profughi. Anche Luciano
De Crescenzo è stato qui. E i genitori di un ex
giocatore della Juventus e della Nazionale, Gentile.
Insisto nel chiedere se si ricorda il nome dell’autore
del libro. «Forse ho il biglietto da visita». Lo cerca nel
cassetto e me lo dà. Quasi non credo a questa inaspettata
fortuna. L’autore si chiama Luigi Centra.
alatri
Desidero andare verso l’abbazia di Trisulti. Voglio
seguire l’indicazione che mi hanno dato, ma anche il
mio istinto. Percorro tra boschi meravigliosi la strada
verso l’abbazia. Come sempre, dopo aver visto il totale
abbandono di questi luoghi e la perdita di qualsiasi
identità, mi sento depresso. Malinconico. Avvilito. Incavolato.
Con la voglia di lasciare tutto il lavoro svolto.
Devo ricaricarmi. Il verde, le poche auto che si
incontrano, il volo degli uccelli che mi accompagnano
mi riconciliano con gli uomini. Arrivo nel piazzale
dell’abbazia.
Quest’abbazia cistercense mi rapisce. Mi droga di
spiritualità. Mi fa per un attimo dimenticare la mia individualità.
Annegare la personalità. Seguo un gruppo
di turisti. Entro nell’antica spezieria. Sul soffitto
affreschi di tipo pompeiano. L’effetto è dirompente.
Varie le scansie e gli scomparti. Su una parete di una
stanza c’è dipinto un frate che invita al silenzio. Fuori
dalla farmacia un piccolo, grandioso giardino. Una
piazza con una fontana precede l’entrata nella chiesa.
Non so in che consista la sindrome di Stendhal.
Se è uno smarrimento, un mancamento per la «troppa»
bellezza, io l’ho avuta. Mi sono dovuto appoggiare.
Per non finire a terra.
La bellezza ti fa perdere la testa. Ti fa smarrire. Cerchi
un’ancora «terrena», che ti aiuti a ritrovare la ragione.
La pala dell’altare, le pareti superiori e laterali.
Un gioco cromatico di rappresentazioni sacre che ti
avvolge trascinandoti, quasi risucchiato nel coro, stranamente
sul lato opposto dell’altare. Con un pannello
ligneo che separa il resto dalla chiesa, probabilmente
riservato agli altri fratelli novizi e agli altri fedeli.
Esco rapito. Travolto dalle scoperte della giornata.
Da “I Lager in Italia. La memoria sepolta nei duecento luoghi di deportazione fascisti” (Nonluoghi Libere Edizioni, 2002).



FABIO GALLUCCIO: "I LAGER IN ITALIA"

LA MEMORIA SEPOLTA NEI DUECENTO LUOGHI DI DEPORTAZIONE FASCISTI

Un viaggio nella memoria, in una storia non raccontata e rimossa. Una 

scoperta in cui l'autore snocciola come un rosario laico uno dopo 
l'altro i campi di internamento italiano durante il fascismo in un 
attonito viaggio in un'Italia spesso sconosciuta, straordinariamente 
bella e affascinante.

Il viaggio inizia casualmente a Ferramonti in Calabria, dove l'autore 
scopre proprio sotto un cavalcavia dell'autostrada Roma-Reggio 
Calabria, all'uscita di Tarsia, un campo di concentramento deturpato 
dall'autostrada, ma recuperabile, con le garitte e le baracche ancora 
in piedi. Da lì si avventura in un labirinto, dove ogni campo scoperto 
è una crudele sorpresa per le parole non dette e la memoria non 
recuperata. Fino ad arrivare ad un numero di oltre cento campi, 
cosciente, alla fine, di averne trovato solo la metà. Un racconto che 
si snoda come un giallo scritto da chi non si occupa di storia, ma da 
un un cittadino come tanti che si indigna di fronte all' occultamento, 
alla non verità.

Campagna, Alatri, Farfa Sabina, Anghiari, Roccatederighi, Civitella del 
Tronto, Urbisaglia, Pollenza, Carpi, Risiera di S.Sabba, sono alcune 
delle tappe nel buco nero della storia italiana. Dove l'autore spesso 
si muove in una panorama onirico da incubo, quasi a voler dimostrare a 
se stesso che non è vero, non è possibile. Ma il risveglio è più amaro 
della realtà.

I campi furono istituiti con decreto del 4 settembre 1940, n.439 e 
dovevano ospitare inizialmente soltanto cittadini stranieri dei paesi 
belligeranti con l'Italia, ma diventarono ben presto campi per ebrei 
stranieri, slavi, zingari, oppositori politici e omosessuali. Da circa 
40 campi iniziali si arrivò ad un numero che, secondo lo storico 
Luciano Casali, professore di storia contemporanea all'Università di 
Bologna, ammonta a 259. L'autore ne ha catalogati 113 in Italia e 22 
nei territori occupati dall'Italia. Alcuni furono campi provinciali 
istituiti durante la Repubblica Sociale Italiana. Pochissima la 
letteratura sulla materia e pochi gli storici che se sono occupati : 
tutto rende il tema più misterioso e affascinante, ma anche più 
terribile.

I campi non furono campi di sterminio, se si esclude quello della 
Risiera di San Sabba, ma soprattutto nei campi del centro-nord dove 
gli alleati arrivarono più tardi, i deportati furono prelevati dai 
nazi-fascisti e portati in Germania per la soluzione finale. In tutto 
questa storia appare, come un'ombra, la presenza della Chiesa che 
sorveglia, dietro le quinte, che il regime non superi certe efferatezze.

Il libro è anche l ' occasione per ripercorrere un periodo storico 
dalle leggi razziali del 1938 alla fine della guerra, dove la 
maggioranza degli italiani visse con leggerezza e superficialità 
quegli orrori senza accorgersi responsabilmente di quello che stava 
accadendo. Ma anche un severo monito a coloro che fondarono la 
democrazia e cercarono di cancellare con un colpo di spugna quello che 
era avvenuto. La storia non perdona chi dimentica e i fatti e la 
cronaca di questi giorni nel nostro Paese ce lo ricordano con 
severità e ci ammoniscono degli errori passati e, purtroppo, presenti.